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SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana
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L. Borghi, 2012, Umori. Il fattore umano nella storia delle discipline biomediche, Società Editrice Universo srl, Roma. Recensione di A. R. Gesualdo

 «Chiunque esamina la natura delle cose colla pura ragione, senz’ aiutarsi dell’ immaginazione né del sentimento, né dar loro alcun luogo, […] potrà ben quello che suona il vocabolo analizzare, cioè risolvere e disfar la natura, ma e’ non potrà mai ricomporla, voglio dire e’ non potrà mai dalle sue osservazioni e dalle sue analisi tirare una grande e generale conseguenza; […] Io voglio anche supporre ch’ egli arrivino colla loro analisi fino a scomporre e risolvere la natura ne’ suoi menomi ed ultimi elementi, e ch’ egli ottengano di conoscere ciascuna da se tutte le parti della natura. Ma il tutto di essa, il fine e il rapporto scambievole di esse parti tra solo, e di ciascuna verso il tutto, lo scopo di questo tutto, e l’ intenzion vera e profonda della natura quel ch’ ella ha destinato, […] la cagion finale del suo essere e del suo esser tale, il perché ella abbia così disposto e così formato le sue parti, nella cognizione delle quali cose dee consistere lo scopo del filosofo, e intorno alle quali si aggirano insomma tutte le verità generali veramente grandi e importanti, queste cose, dico, è impossibile il ritrovarle e l’ intenderle a chiunque colla sola ragione analizza ed esamina la natura». [1] E’ con queste parole straordinariamente attuali che il «divin poeta» dell’ età moderna Giacomo Leopardi (1798-1837), all’ alba di un’ inaudita primavera scientifica destinata a cambiare per sempre le sorti del mondo e dell’ umanità che l’ abitano, descrive le linee guida che il progresso scientifico, in tutte le sue forme, per potersi dire autenticamente completo, dovrebbe seguire. Ed è curioso notare come ciò somiglia incredibilmente ai consigli pratici di un medico al suo paziente affinché questi possa godere di una salute piena e duratura, dove alle indicazioni prettamente terapeutiche si accompagnano quelle di natura più generale, come una dieta sana ed uno stile di vita moderato. Per la scienza vale lo stesso principio: pur senza dimenticare leggi, teorie e formule che consentono di descrivere in termini sempre più minuziosi le infinite pieghe costituenti la nostra realtà, queste sarebbero di per sé vuote, fredde e sterili senza l’ immaginazione ed il sentimento che, al pari della ragione analitica, conferisce loro carattere.


La scienza è fatta si da scienziati e dalle loro illuminanti idee, brillanti intuizioni frutto di un’ illuminazione del momento o di lunghe ed impegnative riflessioni; ma ancor prima di tenere conto di tutto questo, occorre non dimenticarsi che la scienza è scritta innanzitutto da uomini, abitatori di un tempo in continuo mutamento che definisce ed altera i caratteri, le convinzioni, le credenze e, soprattutto, gli umori. Ed è giustappunto l’ umore, ossia l’inclinazione personale e particolare del soggetto che dipinge con certi colori la sua visione del reale, a giocare un ruolo decisivo nella grande partita del progresso scientifico, ed è su questo particolare fattore che la nostra attenzione deve innanzitutto svolgere. Uno stato di allegrezza o tristezza possono influenzare in maniera decisiva un particolare momento della nostra vita – possiamo riscontrare questo nella vita di tutti i giorni, indipendentemente dal campo puramente scientifico – e determinare le nostre scelte e le nostre azioni. Pensiamo, ad esempio, al calciatore cui tocca battere un rigore: questi ha le stesse probabilità di centrare o mancare la porta, e buona parte dell’ azione dipenderà dallo stato d’ animo con cui vi si appresta, consapevole che tanto un suo errore quanto una sua brillante riuscita determinerà la partita. Prendiamo questo banale esempio – ma ne potremmo fare a migliaia – che mi sono proposta di descrivere, amplifichiamo all’ infinito l’ agitazione del povero calciatore sulle cui spalle grava il risultato finale di una partita – ed aggiungiamo la nostra agitazione da tifosi che rimaniamo col fiato sospeso fino ad azione ultimata – e proiettiamo questo stato d’ animo nel ricercatore rinchiuso in laboratorio intento ad analizzare campioni, mischiare sostanze ed analizzare le conseguenti reazioni, consapevole che anche la minima cosa può pregiudicare l’ intero lavoro o volgere ad un’ inaudita scoperta destinata a cambiare il presente. Anche spremendo al massimo la nostra immaginazione, avremmo sempre e comunque solo un’ idea molto vaga della lotta interiore del nostro scienziato, la cui reputazione si gioca tutta sul filo sottile del tentativo e della sua precisione (proprio come nel caso del calciatore), ma possiamo comunque capire senza difficoltà e senza eccessivi sforzi mentali quanto l’ umore influisca sul nostro agire, sia in maniera positiva che negativa. Un secolo dopo Leopardi, sarà la volta di Sir Alexander Fleming (1881-1955), riferendosi alla sua epocale scoperta della penicillina che un tiro fortuito del fato gli ha concesso, a raccontare che se fosse stato di cattivo umore quella mattina del 1928, di ritorno dalle vacanze estive, di fronte a quello che sembrava niente di più che un alambicco ricoperto di muffa, avrebbe gettato via rabbioso quella coltura irrimediabilmente rovinata [2]. Ma le cose, per nostra e per sua fortuna, giacché l’ agire diversamente lo ha portato non solo a rivoluzionare radicalmente il trattamento terapeutico di numerose patologie spesso mortali [3], ma anche al conseguimento del Nobel per la Medicina nel 1945, condiviso con Howard Florey ed Ernst Chain. Sulla stessa lunghezza d’ onda troviamo Claude Bernard (1813-1878).


Per «l’ uomo che trasformò la medicina in scienza» [4], nella scoperta scientifica sono necessarie tre fasi corrispondenti ad altrettanti aspetti ben distinti nella nostra mente, quali: le capacità intuitive ed immaginative, la logica per formulare ipotesi, la verifica sperimentale o la ragione pratica. Ma tutto questo risulterebbe altresì vano se commettessimo l’ errore di scindere l’ agire scientifico dal carattere proprio dello scienziato, decisivo tanto per la ricerca in sé quanto per i risultati cui essa conduce. Se non avessimo seguito il suo metodo, che nel tempo è andato sempre più affinandosi, forse saremmo nemmeno gli antipodi di quelle ben note discipline a noi giunte con il nome di fisiologia, patologia e terapeutica. E questo metodo vale tanto per la pratica medica in senso stretto quanto per tutte quelle discipline che vi ruotano attorno e la coadiuvano o partecipano attivamente al suo sviluppo: appunto, le scienze chimiche e biologiche.


Le scienze devono agire di concerto per ottenere risultati concreti, realmente innovativi e funzionali per la vita in generale, e per quella dell’ uomo in particolare, tenendo ben dritta davanti a sé la lanterna rivelatrice dell’ inalienabile «fattore anima», naturalmente annodato ad ogni parola, azione e pensiero umano. Laddove esso risulti manchevole, ci ammonisce Leopardi, «la natura [dell’ uomo] non differisce punto da un corpo morto […] Nulla di poetico si scorge nelle sue parti, separandole l’ una dall’ altra, ed esaminandole a una a una col semplice lume della ragione esatta e geometrica […] nulla nella natura decomposta e risoluta, e quasi fredda, morta, esangue, immobile, giacente, per così dire, sotto il coltello anatomico, o introdotta nel fornello chimico di un metafisico che niun altro mezzo, niun altro istrumento, niun’ altra forza o agente impiega nelle sue speculazioni, ne’ suoi esami e indagini, nelle sue operazioni e, come dire, esperimenti, se non la pura e fredda ragione«, poiché nulla di poetico, e mi sento di aggiungere magico, «poterono né potranno mai scoprire la pura e semplice ragione e la matematica». [5] In molti dei suoi risvolti, ritengo abbia raggiunto la medicina dei livelli che agli occhi degli stessi scienziati e dei medici che hanno duramente lavorato alla sua evoluzione, dalla semplicità dei mezzi cui disponeva Ippocrate a quelli raffinati del genetista Gregor Venter e del suo gruppo di ricerca sul genoma umano, possano a buon diritto apparire magici. Ci muoviamo in questo sconfinato mondo di imprevedibili sorprese come ombre nella nebbia, procedendo per tentativi e a piccoli ma audaci passi, in cerca di una luce che rischiari un poco di questo straordinario percorso dove i protagonisti sono, nel bene e nel male, gli uomini. In una coinvolgente escalation di scoperte che si sovrappongono e si sostituiscono, di medici e scienziati che intrattengono esilaranti lotte personali per aggiudicarsi una fetta più grossa di successo – come quella che vide per anni coinvolti i padri della microbiologia, Pasteur e Koch, alle cui ripicche scientifiche fanno da sfondo anche quelle più campaniliste – per approdare al lato oscuro della medicina che impone una costante riscrittura del principio etica, Luca Borghi intesse una surreale trama a tinte variegate che racconta la magica storia dell’ evoluzione della medicina, dai suoi primi albori ai giorni nostri, incitando ad una cauta e riflessiva, ma non priva di tutta la sua antica audacia, spedizione verso «le magnifiche sorti e progressive».


Quello che è certo – ci confida Borghi – è che la medicina si è addentrata oramai troppo in profondità nella foresta della tecnologia per poter anche soltanto immaginare di poter o dover tornare indietro [6], ma non per questo siamo autorizzati a tralasciare o anche solo pensare di farlo che gli attori agenti di questa storia senza fine sono e rimarranno gli uomini. Nella molteplicità dei suoi umori.

 

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[1] G. LEOPARDI, Zibaldone di Pensieri, cit. [3241-­‐3242], pp. 878-­‐879, (tomo II) torna al testo

[2] L. BORGHI, Meglio tardi che mai: la terapia. Paul Ehrliche Alexander Fleming, in Umori. Il fattore umano nella storia delle discipline biomediche, cit. pp. 259-­‐260, Capp. 19 torna al testo

[3] Prima che la Penicillina fosse ufficializzato come farmaco passarono molti anni, giacché a dispetto dell’
efficienza e dell’infaticabile operato di Fleming e dei suoi collaboratori, purificare e stabilizzare questa effimera sostanza si rivelò un compito ben più arduo di quanto non sembrasse, al punto che lo stesso Fleming abbandonò il lavoro per dedicarsi ad altro; furono proprio Foley e Chain, dotati di maggiori competenze biochimiche, supportati dall’ industria farmaceutica americana capace di produrre il farmaco su larga scala, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, a rendere la Penicillina quale oggi noi la
conosciamo. Ivi, cit. pp. 260 torna al testo

[4] Ivi, Claude Bernard, l’ uomo che trasformò la medicina in una scienza, cit. pp. 111, Capp. 9 torna al testo

[5] G. LEOPARDI, Zibaldone di Pensieri, cit. [3241-3242], pp. 878-879, (tomo II) torna al testo

[6] L: BORGHI, Ivi, cit. pp. 286, Capp. 21 torna al testo

 
ultimo aggiornamento: 15-Gen-2016
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