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SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana
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Elaborato studente: Illness, malattia e medicina

Malattia: una parola, un’espressione, un insieme di suoni che spaventano. Quanto può essere duro, devitalizzante, opprimente e soffocante dover convivere con una patologia cronica; quanti processi mentali, quante “complicazioni relazionali” fatte di indifferenza, isolamento, emarginazione possono affliggere la persona malata. Questo è quanto si evince dalle letture proposte nel libro “Specchi di carta” , una raccolta di esperienze vissute, di racconti inventati, di situazioni illustrate e commentate che, sebbene spazialmente e temporalmente molto lontane, hanno in comune un potente filo conduttore: la sofferenza.

Accostare le mie conoscenze in termini di malati e malattie con quelle proposte nel libro, mi ha aperto il cuore: è stato per me un apprendere umano in un continuo processo di identificazione con i protagonisti, un processo di crescita personale che ha rinforzato la mia passione per la professione medica. Penso che la letteratura sia un potente veicolo emozionale: l’inchiostro meglio della parola è in grado di evocare un’immagine di sofferenza, trasmettere il dolore associato alla malattia, suscitare il senso di disorientamento che da essa ne deriva e mettere in luce il bisogno esasperato che ha un malato di una figura di riferimento quale può un buon medico. Riflettendo, condivido l’idea per cui un medico qualificato debba essere prima di tutto riconosciuto dal paziente quale un “amico”, una persona in cui riporre fiducia, disponibile a comprendere e a curare le inquietudini e le difficoltà psicologiche che insorgono nel malato ancor prima del fattore scatenante la malattia (eziologico). Una letteratura medica che racconti un’esperienza vissuta risulta per il lettore un forte mezzo evocativo, emozionale e riflessivo, un tentativo di farlo calare nelle vesti del medico o del paziente, del salvatore o del salvato. Mi sono stupito di non aver trovato traccia nel libro di un’opera che considero molto affine ai testi riportati; si tratta del “Notturno” di Gabriele D’annunzio, una raccolta di riflessioni e paure sorte nel poeta durante il periodo conclusivo della sua vita, nel quale rimase irrimediabilmente cieco.

Attraverso l’amore della figlia e ad un’ingegnosa trovata pratica era in grado di raccontare quello che percepiva nel buio delle sue giornate. Le strisce di carta arrotolate al dito che scorrevano sotto la punta della sua penna al ritmo dei suoi pensieri custodivano riflessioni e discussioni programmatiche di una vita e si intingevano di ricordi. Quella che si è delineata è una figura completamente nuova, un autore raccolto in sé stesso, una persona di una singolare sensibilità , un malato . L’esaltazione “superomistica” carica di ottimismo e impegno civile lascia spazio nel “vate” ad una luce dell’interiorità, uno spazio che solo l’oscurità obbligata dalla cecità aveva mostrato; un angolo più intimo e privato, ricco di umanità e vita. Ritengo che quella luce sia l’obiettivo del medico; un buon medico deve poter scorgere ciò che illumina ogni persona, mostrarla agli occhi “ciechi” del malato che ha di fronte; convincerlo che la speranza e la voglia di reagire sono il farmaco più potente mettendolo a suo agio, curandolo con umanità. Quando sarò medico ragionerò in quest’ottica ed ogni volta che avrò di fronte occhi spenti, bassi, chiusi dal terrore della malattia farò di tutto per aprirli; forse la letteratura non insegnerà mai al medico a ragionare in termini di cellule, enzimi, farmaci e agenti microbici, ma avrà un ruolo determinante nell’insegnare a ragionare, a compatire, ad amare e a riflettere in termini di uomo con uomo, fratello con fratello.

 

Ivan Dozzani

 
ultimo aggiornamento: 08-Mag-2014
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