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SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana
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Elaborato studente: Dispositivi diagnostici e relazione clinica

Foucault, con un’immagine emblematica, individua la prima presa di distanza tra medico e paziente nei trenta centimetri del fonendoscopio inventato da Laennec. Siamo all’inizio dell’800 e non è difficile immaginare quale drammatica deriva abbia subito questa fondamentale relazione nei successivi duecento anni di progresso tecnologico e scientifico. L’introduzione di strumenti diagnostici nella clinica ha rappresentato il primo passo verso l’estromissione del soggetto malato dal processo di cura: il ruolo narrativo e di testimonianza impersonato dal malato è venuto meno ed egli è diventato scabro oggetto di indagine della malattia che viene studiata con dispositivi diagnostici spesso in grado di fornire rapidamente risultati di sorprendente accuratezza. In un simile fenomeno di spersonalizzazione si assiste ad uno stravolgimento radicale del rapporto del paziente con la propria malattia e con la propria fisicità: nel momento diagnostico egli offre il proprio corpo a macchine e medici che lo esaminano in termini esclusivamente biologici, in coerenza con il cammino verso la molecolarizzazione intrapreso dalla medicina. Il medico veste i panni da una parte dell’anonimo (per quanto abile) esecutore, e dall’altra del detentore di una scienza che non lascia spazio al soggetto. Il malato quindi non partecipa all’atto curativo e sviluppa una naturale ostilità se non sfiducia nei confronti del medico.

La macchina diagnostica (dall’arcano funzionamento) può assumere un ruolo ambivalente e apparentemente paradossale: si configura sia come oggetto estraneo e spersonalizzante sia come oracolare fonte di verità che, nella realtà dei fatti, non sempre possono essere ottenute. Emerge la grave impossibilità di comunicare e rendere accettabili le incertezze diagnostiche al paziente. Si tratta dell’ ennesima lacuna lasciata dal dissolversi di una relazione clinica in cui sia centrale il soggetto.

Nella prospettiva della “evidence based medicine” il paziente fornisce dati che il medico interpreta: la malattia è matematizzata e rientra in statistiche che non solo sviliscono la sofferenza fisica e psicologica, ma che provocano anche una scissione netta delle due sfere, complicando ulteriormente l’esperienza della malattia.

In questo problematico quadro generale sorge con urgenza la necessità del reintegro dell’individualità del paziente nella sua interezza fisica e spirituale, affinché i due piani tornino a combaciare, servendosi tuttavia dell’innegabile vantaggio offerto in campo diagnostico dalle tecnologie. Non come apporto supplementare, ma come contributo fondamentale, possiamo auspicare l’introduzione della “narrative based medicine” nel campo in cui attualmente vige l’egemonia della medicina fondata sulle evidenze scientifiche. Tale cambiamento si deve porre nella prospettiva non utopica della costituzione di un’alleanza terapeutica nel rapporto tra medico e paziente, schierati contro la malattia mediante una condivisione di esperienze supportata dal ruolo della letteratura, fonte di nuovi spunti di riflessione e di chiavi di lettura inesplorate riguardo al rapporto tra i due protagonisti della clinica.

 

Federica Manca

 
ultimo aggiornamento: 19-Mag-2014
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