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SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana
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Bellezza e Medicina. Ragioni dell’ estetica in medicina

Autore: G. Delvecchio
Anno di pubblicazione: 2014
Rubbettino scientifica - Soveria Mannelli (CZ)
Pagine: 86
Prezzo di copertina: 11 €
Recensione dott.ssa  A.R. Gesualdo (dott.ssa in Scienze filosofiche)

 

Il medico diventa un  sapiente.   Vede  i  limiti  dell’  uomo,  la  sua  impotenza,  il  suo  interminabile soffrire. […]    Nonostante  tutti  i  suoi  successi,  il  medico  avverte più ciò che non è in suo potere di ciò che lo è.  Fa parte della sua natura agire in modo umanitario anche dove non può più guarire, e rimane accanto al malato anche  se  costui  è  senza  speranza.   Il  medico si offre a chi è spiritualmente malato con una disposizione d’animo  che gli impone di dare allo sventurato che non è in grado di guarire una massimo di possibilità di vita, ossia di continuare ad onorare l’ uomo che è in lui.
KARL JASPERS,  Il medico nell’ età della tecnica.

 

Alla domanda  «che cos’ è la bellezza?»  si può rispondere in maniera molteplice, a seconda di ciò che ciascuno di noi, in base al proprio giudizio ed alla propria esperienza, ritiene rispondere ai canoni di ciò che è bello. Per dirla con le parole di Kant,  è bello ciò che piace universalmente senza concetto[1], e perciò libero e fine a sé stesso.  La bellezza pertanto è senza concetto, e l’ arte, quale frutto del sentimento per il bello, non può esser prodotta per mezzo di regole acquisibili ed esplicitabili:   essa stessa è la regola di cui necessità per esprimere il suo scopo, che è appunto il bello fine a sé stesso. Vi è di curioso e bizzarro nella bellezza, prescindendo dalle categorie cui il giudizio estetico e l’ analitica kantiana sostengono essere il suo carattere fondante, ossia la soggettività e l’ auto finalità, il fatto che essa abbia tuttavia la necessità intrinseca di adeguarsi a particolari condizioni che variano di volta in volta e che, affermandosi e cancellandosi, tendono a riscrivere i suoi canoni di continuo.  Fattori questi dipendenti dal tempo, dalla società, dalla storia, dalla cultura e dalle mode che si alternano ridefinendone le regole:   se la bellezza classica greca si esprimeva nel corpo statuario e forte maschile e nelle forme morbide femminili, le cui immagini ci sono pervenute grazie ad affreschi e statue, la bellezza odierna, pur rispettando gli antichi parametri, ne possiede di nuovi e propri che rappresenta nelle riviste di moda e tramite i media che le fanno da padrona.   Affinché la bellezza possa esser riconosciuta come tale è necessario che riconosca sé stessa nelle linee guide che le vengono offerte di volta in volta, dettate appunto dai fattori tipicamente umani che abbiamo sopra elencato.   È altresì vero che la bellezza, senza trasgredire il carattere di soggettività che le appartiene, e quale che sia la bellezza riconosciuta, risiede nell’ armonia e nella simmetria.  Bellezza è simmetria perfetta e sincronia delle parti: essa è un’ equazione combinata da serie di numeri particolari e specifici che, pur variando nei limiti del possibile, non può che giungere sempre al medesimo risultato, a quel valore assoluto che comprende l’ essenza individualistica di ciascun valore nell’ insieme che compongono.   La bellezza costituisce pertanto un delicatissimo equilibrio la cui rottura è sempre potenziale, grava minacciosa come la spada di Damocle sulla sua testa, dove il minimo errore può infrangere in maniera irrimediabile la sua caduca e perfetta armonia. Ma senza caducità, senza minaccia e fragilità è pur vero che non esisterebbe bellezza. La bellezza è tale proprio perché fragile, costantemente soggetta alla distruzione sempre imminente. Ed è precisamente in quest’ ottica, ossia in termini di equilibrio, armonia, simmetria e sincronia, che possiamo accogliere nella rosa delle arti belle la medicina: l’ arte cioè del ripristino dell’ originaria armonia andata perduta. Mai come ai giorni nostri la medicina, coadiuvata dalla più raffinata tecnologia e dalla farmacologia, possiede come proprio fine ultimo il riequilibrio del caos interno al corpo generato dalla patologia, votata interamente al ristabilimento dell’ ordine delle sue parti sconvolte da un qualche agente antagonista distruttore dell’ equazione perfetta che altrimenti rappresenta.   Non è un caso che spesso la malattia, di qualsiasi genere, venga definita con l’ appellativo identificativo di  «disordine»  o  «disturbo». Lo stato patologico viene infatti a crearsi nel momento in cui un qualche elemento di disturbo (sia di natura estranea come un batterio o un virus, sia di natura endogena come lo sviluppo incontrollato di cellule cancerose) sballa uno o più valori della delicatissima equazione che descrive lo stato di salute – e dunque di naturale bellezza. E tuttavia, la matematica ci insegna che non solo le equazioni si possono alterare al punto da ottenere un risultato completamente diverso da quello prefissato, votato appunto all’ armonia, bensì a volte è che proprio nel caotico e nel disordine che si ottengono le scoperte più sorprendenti.  Lo stesso principio vale per la medicina, che interviene a ristabilire l’ ordine fisiologico quando questo viene scombussolato e, ove possibile, pone rimedio, ed è ciò che l’ emblematico testo di Giacomo Delvecchio descrive con dovizia di immagini. Non solo, ma a volte è proprio nella malattia, più che nella sua cura, nel deteriorarsi del corpo che viene attaccato da elementi patogeni che la bellezza può e deve essere ricercata.  Una bellezza che trova nel dolore, nella reificazione del corpo mutilato ed offeso, e o nel rifiuto a riconoscersi in esso o a scoprire proprio in virtù dell’ offesa una bellezza rimasta fino ad allora latente, la sua espressione più autentica e forte. Questo è ciò che la fotografa attivista Matushka[2], sfruttando lo shock di una metodologia fotografiche che va al di là della conoscenza della messa in scena di sé e ricerca di identità, dove travestimento, finzione e denuncia diventano un potenziale connubio tra arte e vita reale, ha espresso per immagini questa esaltazione  “macabra”  della bellezza danneggiata, in una collezione intitolata non a caso Beauty out of Demage. La medicina diventa arte soprattutto in quest’ ultimo senso: arte in quanto ciò che ristabilisce l’ ordine perduto, ed arte in quanto, laddove questo compito risulti impossibile, contiene i danni creati dalla malattia e conferisce senso a questa affinché il corpo, e soprattutto l’ uomo racchiuso in esso, quale crogiolo di sentimenti, emozioni e pensieri che non possono esser scissi dall’ elemento corporeo, non venga ucciso dal dolore della perdita della salute prima ancora che dalla malattia. Come suggerisce Delvecchio, essendo la malattia uno stato al quale nessuno di noi è immune, ed essendo la bellezza naturalmente connaturata alla salute qualcosa di irrimediabilmente destinato a sfumarsi, «Che importa, allora, sapere se il mondo estetico è un mondo naturale o un mondo reso reale?  […]  Quel che importa è che per gli uomini inguaribili vi è il diritto di essere sani.  E poiché la cultura è quello che si  fa  nel mondo[3], di fronte a questo diritto,  fare  bellezza non può essere un privilegio di alcuni che si aggiunge alla sopravvivenza medicalizzata di tanti.»  La medicina è un’ autentica scienza estetica.  Essa ripara ciò che si è rotto o lo ricostruisce del tutto, e laddove ciò non sia possibile ne delimita i danni, tanto quelli visibili quanto quelli invisibili.   In virtù della medicina, il corpo dell’ uomo, umiliato ed offeso dalla malattia, ma proprio in virtù di questa portato alla sua esaltazione più vera, nuda di artifici e dissimulazioni, si è reso spettacolo estetico[4] nel  «teatro anatomico». Vediamo bene allora che non solo l’ arte e la medicina hanno influssi reciproci – e tale fatto, da solo, basterebbe a parlare al contempo di bellezza e medicina, visto e considerando la doppia appartenenza di ciascuna l’ una all’ altra – ma che  la storia delle malattie, per mezzo dello spettacolo offerto dal corpo che ne subisce gli effetti, narra un’ altra storia, avventurosa e drammatica, in cui la malattia, la cura e la morte s’ annodano strette con le vicende personali dei soggetti chiamati in causa, e definendo in questo anche il profilo di un dato tempo ed una particolare società.  Morire di  bella morte  in età romantica voleva dire essenzialmente morire di tubercolosi;   tale particolarità non descrive meno delle opere che artisti e letterati ci hanno lasciato la sfumatura tipica e febbrile della visione romantica del mondo.  Come un’ opera che trova nell’ uomo il suo campo di esercitazione anziché il suo autore, la malattia racconta la storia dell’ umanità dalle sue origini fino a noi, conferendo alla sua presenza al mondo – il Dasein heideggeriano – che non può non incantare l’ occhio di guarda.   «E se non vi fosse mai stata la malattia tubercolare e la sua cura sanatoriale, ci sarebbe stata la  montagna incantata?  […]   Privi di malattie come avrebbe fatto Camus senza la  peste, quintessenza del male del mondo, o, ancora una volta, Thomas Mann senza i morbi fisici e mentali che accompagnano come rimandi di simbolici le sublimi creazioni artistiche pagate al prezzo della dannazione finale che è il  Doctor Faustus  e contemporaneamente di un intero popolo, quello tedesco che avendo tradito la propria cultura umanistica ha toccato l’ autodistruzione?»[5]

 


[1] Cfr.  I. KANT,  Critica del Giudizio,  [Kritik der Urteilskraft],  Analitica del Giudizio Estetico, (Libro Primo.  Analitica del Bello),  § 9,  cit.  pp.  105
[2]  Cfr.  G. DELVECCHIO, Bellezza e Medicina. Ragioni dell’ estetica in medicina, pp.  67, (Rubbettino Editore, 2014) 
[3] Ivi, pp.  76,  citando  A. G. GARGANI,  Il testo del tempo, pp.  66, (Laterza Editore, Roma-Bari 1992)
[4] Ivi, cit.  pp. 21
[5] Ivi,  cit.  pp. 12
 
ultimo aggiornamento: 15-Gen-2016
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