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150 ANNI (14 giugno 1864) DALLA NASCITA di Aloysius Alzheimer, il primo a descrivere un caso di "demenza senile", successivamente definita malattia di Alzheimer: dai farmaci alla nutraceutica, nuovi possibili approcci nella prevenzione.

Fiorella Casamenti, prof. Associato di farmacologia

 

La malattia di Alzheimer (AD), che rappresenta la maggior causa di demenza nel mondo, prende il nome da Alois Alzheimer, il neurologo tedesco che, per primo, nel 1906, identificò e descrisse le caratteristiche neuropatologiche di una demenza senile che poi prese, appunto, il suo nome.
Il declino cognitivo dei pazienti con AD si associa alla presenza nel cervello di due principali alterazioni istopatologiche: la presenza intraneuronale di grovigli neurofibrillari costituiti da proteina tau iperfosforilata e, a livello extracellulare, le placche senili che contengono oligomeri ed aggregati fibrillari di proteina ß-amiloide (Aß). Vi è inoltre perdita neuronale e sinaptica in aree cerebrali deputate alle funzioni cognitive, come l'ippocampo e la corteccia cerebrale, un'alterazione dei livelli centrali di acetilcolina, noradrenalina e dopamina. La maggior parte dei casi AD è rappresentata dalla forma sporadica, solo il 5% dei casi è dovuto ad ereditarietà autosomica dominante di mutazioni in presenilina 1, presenilina 2, o APP (proteina precursore dell'amiloide). Molta attenzione è stata rivolta ai fattori che modificano la malattia ed ai fattori di rischio per AD (1). L'esercizio cognitivo e l'attività fisica sono stati associati ad un ridotto rischio di AD, mentre il diabete, l' allele ε4 della apolipoproteina gene E (APOE ε4), il fumo, la depressione sono stati associati ad un aumentato rischio di AD.
Con l'invecchiamento della popolazione si assiste ad un rapido aumento del numero di individui dementi che rappresenta, insieme alla lunga durata della malattia e agli alti costi di cura, un grosso impatto socio-economico con la necessità di disporre rapidamente di un efficiente trattamento farmacologico della malattia. Ad oggi si dispone di farmaci sintomatici quali gli inibitori dell'acetilcolina esterasi (ChEI) entrati in terapia negli anni 1993-2000 per pazienti con forma lieve-moderata mentre la memantina, un antagonista reversibile del recettore NMDA del glutammato, è stata approvata, nel 2001, per le forme moderatamente severe.
Negli ultimi anni si sono accumulate crescenti evidenze a sostegno del ruolo della nutrizione nell'AD. Mentre diversi fattori dietetici ad attività antiossidante, come vitamine, polifenoli e consumo di pesce sono stati segnalati per diminuire il rischio di AD, il consumo di acidi grassi saturi, un elevato apporto calorico e un eccessivo consumo di alcol sono invece riconosciuti quali fattori di rischio.
Recenti ricerche e studi epidemiologici indicano gli effetti benefici di fenoli presenti in alimenti della dieta mediterranea e asiatica contro condizioni patologiche legate all'invecchiamento (cancro, malattie cardiovascolari e neurodegenerative). Il contenuto di fenoli del vino rosso e dell'olio extra vergine di oliva (EVOO) può spiegare molti effetti benefici della dieta mediterranea (2,3). Il resveratrolo, un fenolo stilbenoide, presente nel vino rosso, è al momento in fase III di sperimentazione clinica per la malattia di Alzheimer e i risultati clinici saranno disponibili a novembre 2014. Meno studiate sono le proprietà benefiche dell'oleuropeina, un fenolo secoiridoide, presente in forma glicata e come aglicone (OLE) nelle foglie e drupe dell'olivo (Olea europaea L.) e nell'EVOO. Studi recenti hanno mostrato che OLE impedisce la formazione di specie oligomeriche e fibrillari tossiche di Aß (4,5) e che la sua assunzione protegge topi transgenici con depositi cerebrali di proteina Aß dal deficit cognitivo, valutato nei test object recognition e step down, e locomotorio-esplorativo, che vengono invece conservati nei topi non trattati. Inoltre, il cervello dei topi trattati con OLE presenta un numero minore, dimensioni ridotte e aspetto meno compatto delle placche amiloidi rispetto a topi non trattati. Inoltre il trattamento con OLE, produce un marcato aumento del processo autofagico-lisosomiale, una risposta di difesa cellulare al danno da aggregati, insieme all'azione macrofagica, mediata da microglia, nella rimozione degli aggregati proteici tossici, e a una riduzione della reazione infiammatoria mediata dalle cellule astrocitiche, un cofattore del danno neuronale (4)
Questi dati suggeriscono che il consumo di alimenti ricchi di OLE, o la sua precoce supplementazione farmacologica, possa prevenire l'insorgenza della neurodegenerazione associata all'invecchiamento così da riducendurne la prevalenza nella popolazione.

 


Referenze

Jiang T et al Journal of Alzheimer's Disease,31: 475–492, 2012.
Féart C et al. Proc Nutr Soc 72:140-52, 2013
Berr C et al. Dement Geriatr Cogn Disord 28:357-64, 2009
Grossi C. et al. PLoS One 8:e71702, 2013
Luccarini I et al. Neurosci Lett 2014; 558: 67–72. 

 
ultimo aggiornamento: 23-Set-2014
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