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Filosofia, scienza e poesia in Leopardi.

Albarosa Gesualdo (Dott.ssa in Scienze filosofiche)

Nelle ultime note del suo  Zibaldone, possiamo leggere:  «Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai:  l’ una di non saper nulla, l’ altra di non esser nulla.  Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda:  di non aver nulla a sperare dopo la morte».[1] Parole che sembrano assumere il tono di una minaccia, e che molti dei suoi contemporanei liquidarono semplicisticamente come gli sterili lamenti di un uomo segnato dalla sfortuna e dalla sofferenza, ma che in realtà racchiudono la sintesi dell’ essenza di un pensiero straordinariamente profondo e pioneristico di Leopardi. Esse costituiscono infatti l’ autentica presa di coscienza dell’ imperitura refrattarietà degli uomini a quelle verità che asseriscono, mentendo a sé stessi, di voler scoprire a tutti i costi.  Il tempo di Leopardi è quello che viene subito dopo la grande rivoluzione scientifica, iniziata con Copernico nel XVI con l’ eliocentrismo e portata avanti da Newton con le leggi di gravitazione universale;  a questa, che è la più sensibile di tutte, è seguita una vastissima gamma di scoperte che toccano i vari campi delle scienze. Medicina inclusa. Dallo sviluppo della batteriologia ad opera di Koch e Pasteur, alla produzione dei primi vaccini, con Jenner,  per passare, in campo chirurgico, all’ introduzione dei primi anestetici (preziosissimi sia dal punto di vista del chirurgo che, non più assillato dalle grida di chi si trova sopra il suo tavolo operatorio), la scienza si avvia progressivamente a grandi falcate verso l’ età moderna, o età della tecnica. Già in età illuministica, dove l’ uomo diventa ragione e fine di tutto, la medicina conquista il campo dell’ ortopedia, con l’ invenzione ed introduzione di apparecchiature specifiche, e quello della psichiatria, grazie all’ opera rivoluzionaria di Charcot, in Francia,  e Chiarugi, in Italia.  In piena adesione agli ideali squisitamente illuministici di uguaglianza sociale, applicata alla pratica medica,  il folle non è più colui da tenere a debita distanza dal “savio” e contenere con la forza, bensì, al pari di tutti gli altri uomini, un’ anima ferita cui arrecare sollievo con tutti i mezzi possibili, farmacologici, chirurgici o contenitivi.  Il carattere denotativo di questo glorioso periodo  è il tentativo costante da parte dell’ uomo di controvertere il corso della natura ed aggirare il suo dominio.   Parrebbe ovvio che, dinnanzi a simili progressi ed alla promessa del suo costante affinarsi, la società ed il tempo di quel primo assaggio di modernità siano interamente pervasi da un entusiastico ottimismo che ha come diretta conseguenza una completa cieca fiducia nella promessa di felicità. Ma Leopardi è una voce fuori dal coro che vede ben al di là dell’ immediatezza, e dell’ imbroglio che intesse. Il suo occhio si è spinto tanto lontano e tanto in profondità da anticipare, nella dimensione ludica del linguaggio poetico, figlio dell’ immaginazione della quale egli disponeva infinitamente, molte di quelle grandiose scoperte che solo un secolo dopo la sua morte poterono trovare luce.  E se questo «globo ove l’ uomo è nulla»[2] o la visione delle stelle che  alla terra paiono  «un punto di luce nebulosa»[3] non bastano a lasciar presagire ciò che sarebbe stato descritto da Einstein, Born, Eddington e  Schrödinger, padri della cosmologia moderna, possiamo trovare nell’ opera poetica e filosofica di Leopardi numerosissimi altri esempi che riflettono lo straordinario intuito del suo sguardo scrutatore del tempo avvenire. In base a quello che l’ insieme delle moderne scienze pure chiamano principio antropico, sappiamo che la nostra esistenza dipende da un’ articolata combinazione delle costanti di natura:  un minimo cambiamento di tali costanti, ed ogni forma di vita così come la conosciamo può estinguersi in un lampo. Leopardi, che non poteva conoscere né immaginare la teoria della relatività o la realtà fisica dei quanti, sfidando le leggi stesse della scienza l’ ottusità del pensiero della sua epoca, con quella tipica intuizione di genio che solo a pochi eletti è offerta in dono o condanna, intuì questa fragilità cosmica, questo «solido nulla» ove vita e mondo stesso poggiano.  Prender coscienza di questo genera sì sofferenza ed angoscia, e propri per questo rifiuto ad accettare un simile stato di cose.  Ed ecco allora che l’ uomo che «d’ eternità s’ arroga il vanto»[4], fiducioso nella potenzialità incommensurabile della propria ragione quale status di apparente privilegio rispetto alle altre creature animali, persevera a credere ancora d’aver un qualche posto definito all’ interno del disegno macroscopico dell’ universo. Leopardi tocca con mano l’ euforia del progresso scientifico del suo tempo, ma ben si guarda dall’ aderirvi con quella fede assoluta nei suoi frutti che sembra tendere ad una sorta di metafisica scientifica. Capisce essere una vana l’ illusione l’ idea di una scienza come crescita del sapere, e perciò inadeguata a scoprire quelle verità ultime che l’ uomo brama fin dalla propria comparsa nel mondo. La scienza è piuttosto un tendere ad approssimarsi al vero.  Vediamo bene che il nostro mondo, visto in questi termini, è davvero un globo  «ove l’ uomo è nulla», o un grumo di materia staccatosi dalla più imponente ed informe massa dell’ Essere cui impera il dominio dell’ accidentalità; ma anche vero che gli uomini appartengono al mondo terreno, ed è a questo, ed ai suoi tormenti, che sono soprattutto legati. Primi fra tutti, la malattia e la morte.  La percezione dell’angoscia e del dolore soggiacente a questi due inalienabili eventi della vita trova, a mio avviso, mirabile espressione nel canto A Silvia.   Quello che la protagonista del canto vagheggiava nello scorrere del suo  «tempo mortale» era la vita che credeva l’ attendesse impaziente, ma che a lei sono state negate da morte crudele.  Magra consolazione, sta nel pregio che ha la morte giovane nel mantenere intatta nell’eternità del tempo la giovinezza, e con essa quell’ingenuità che le appartiene, le incontaminate illusioni che la ragione non ha fatto in tempo a contaminare. La morte per tubercolosi, cagione della morte di Silvia, era agli occhi dei romantici la bella morte per eccellenza, in opposizione alla sifilide accusata di mostrare il peggio dell’ uomo e quanto di più brutto vi fosse nel suo animo. Pur appartenendo cronologicamente al periodo romantico, del quale condivide solo alcuni aspetti, Leopardi non sembra vedere alla tubercolosi con lo stesso parossistico entusiasmo.  In verità, la malattia in generale è percepita con orrore e disgusto, e nulla che derivi da essa, sostiene, può diventare ragione di poesia o siffatti dolci sentimenti d gloria. Egli stesso è gravemente malato, ed è ben lungi da lui farne ragione di auto glorificazione, quanto piuttosto è vero il contrario.  Affetto da una grave forma di scoliosi e da febbri ricorrenti già dalla prima giovinezza, i disturbi vanno progressivamente aggravandosi negli anni fino a raggiungere, e superare, il livello ultimo di sopportazione.  E la malattia, come un destino al quale non si può fuggire, lo perseguita oltre la soffocante Recanati in tutti i suoi pellegrinaggi lungo l’ Italia centro-meridionale, fino al soggiorno ultimo a Torre del Greco dove, il 14 giugno del 1837, troverà la morte.   La morte di Silvia offre  a Leopardi ragione ulteriore per inveire contro la natura:  natura che  «non rendi poi quel che prometti allor»[5] e che  «inganna i tuoi».[6]  La natura ha ingannato Silvia spezzando la sua vita sul nascere, ed ha ingannato lui strappandolo alla giovinezza prima del tempo. In entrambi in casi, altro non rimane che l’ amarezza ed il senso di vuoto disinganno del meschino tradimento ordito dalla vita con la complicità della natura.  Ma vi è un’altra malattia ben più subdola ed infima, malattia che presenta sì una sintomatologia, più o meno uguale in tutti i soggetti, e la cui diagnosi è piuttosto rapida, ma contro la quale vi è ben poco che si possa fare;  ed anche se non provoca la morte fisica, se non nei casi in cui questa viene data di propria mano, in qualche modo uccide comunque.  L’amore, il più crudele dei dolci inganni.  Amare l’altro significa anzitutto amare sé stessi, quale narcisistico egoismo dove l’ altro non è che oggetto da conquistare, da far proprio per soddisfare la perpetua sete di piacere.  L’amore che dovrebbe spingere i propri orizzonti al di là degli occhi, come in Amore e  Psiche che si amavano al buio senza mai guardarsi,  non va invece al di là degli occhi.  Il solo amore possibile è un amore immaginato, evanescente e chimerico, che si insegue per tutta la vita nella misura in cui si persegue un ideale disperato, che gradualmente si disconosce dalla sua forma ideale pura per incarnarsi nel desiderio fine a sé stesso.  E l’amore, come la morte, uccide:  nell’ innamoramento, infatti, si perde essenzialmente una parte di sé che non può più essere recuperata o restaurata, il desiderio prevale sulla ragione e sull’ istinto di autoconservazione, e che, nell’ amore non ricambiato, si rivela fatale».[7] È  l’amore, come la morte, inevitabile ed ineludibile, e che pur ferendoci non possiamo far a meno di trovare crudelmente innocente.  Riconosciamo dunque, d’ accordo con Leopardi, che due cose belle ha il mondo.  Amore e Morte.  Il pensiero di Leopardi è incredibilmente ricco e complesso, e troppo spesso ridotto a vuoti stereotipi, fra i quali ricorrenti sono la malattia e le vicende tormentate che hanno segnato la sua vita.  Ma ciò non può, e non deve segnare in maniera pregiudizievole la lettura e l’ interpretazione della filosofia Leopardi, che lo rende ancora oggi di uno degli autori ancora più misteriosi e brillanti del pensiero umano. L’inganno del progresso scientifico è una luce che splende ed abbaglia, che falsifica la realtà esattamente come in un aggraziato gioco di luci che cambia costantemente disposizione alle mura di una stanza.   Il suo affinamento può solo condurre ad un più immediato benessere e ad una certa semplificazione dei vari aspetti della vita, che ha come conseguenza anche una sempre crescente aspettativa di vita;  ma, come ben mostra nel dialogo fra  il Fisico ed il Metafisico, è inutile allungare le vite degli uomini se prima non si sarà trovato il modo di renderli più felici, laddove con felicità è da intendersi qualcosa che duri nel tempo e sfidi le insidie della vita. L’idea fin troppo cristallizzata di un Leopardi reazionario, indotto a certi pensieri dalla propria condizione fisica e contrario al progresso scientifico, non può più esser credibile.  Quello che Leopardi imputa alla scienza è, precisamente, la sua vile prudenza, «una ricca e brutta vecchia zitella corteggiata dal’ Impotenza»[8], che impedisce la realizzazione di qualsiasi grande azione, questa ostinazione a continuare a sostituire vecchi dogmi con altri più nuovi, o solo apparentemente nuovi, e questa sua abulia, a svincolarsi da qualsivoglia sistema e rischiare una buona volta ad essere autenticamente libera. La scienza dovrebbe avere il coraggio di liberarsi dall’ossidante retaggio che la vuole ancora strettamente dipendente dalla natura, dove ogni azione è fortemente limitata da un presunto principio secondo il quale si debba ancora rispondere ad un universale principio naturale. La realtà, mutevole e sempre suscettibile all’annullamento, che ha svelato essere la conoscenza non l’ accumulo di saperi ma la sostituzione dell’ uno con un altro ritenuto più plausibile del precedente, è in virtù di ciò viva, caotica, terribile ed estremamente complessa, ma proprio per questo bellissima, e non la si può, come vorrebbe il riduzionismo, ridurre a mero oggetto scomponibile in singole parti da analizzare con la freddezza con cui si esamina un corpo morto.  Il vero scienziato, se vuole adempiere per intero alla propria missione, deve farsi  poeta:   solo così potrà restituire alla propria indagine quel senso ultimo previsto dalla scienza, qual è appunto la comprensione del reale come sistema complesso ed infinitamente mutevole.  E solo in virtù dell’ unione di poesia e scienza in sé  diventa automaticamente  autentico filosofo,  cui fa capo quel   «colpo d’ occhio»   che lo contraddistingue.  Forse, né la scienza né la poesia potranno modificare il destino dell’ uomo,  ma ciò non toglie che esse debbano collaborare ed unire le proprie forze per lenire i suoi tormenti, sollevarlo dalla visione dell’ inafferrabilità della felicità cui agogna e dall’ annientamento ultimo che ne deriva, proprio come il profumo dolce della ginestra che si espande sulle terre distrutte e desolate dell’ esistenza,[9] quella  «nobil natura»  che  «a sollevar s’ ardisce gli occhi mortali incontra al comun fato».[10]

 

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[1]   Cfr. G. LEOPARDI, Zibaldone di Pensieri, cit. [4525],  tomo II, pp. 1188,  a cura di A. M Moroni, (Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1983)
[2]   G. LEOPARDI,  La Ginestra o fiore del deserto, (1836),  in  Canti, (1845),  cit.  [173]
[3]   Ivi, cit.  [182-183]
[4]   Ivi, La Ginestra o fiore del deserto, cit.  [296]
[5]   Ivi  cit. [38]
[6]   Ivi, cit.  [39]
[7]   Ivi, cit.  [98-99]
[8]  Cfr. W. BLAKE, Il matrimonio del Cielo e dell’ Inferno, cit. pp. 21, (Proverbi Infernali), traduzione a cura di G. Ungaretti, (SE SRL, Milano 2003)
[9]   Ibidem
[10] Cfr.  G. LEOPARDI, La Ginestra o fiore del deserto,  cit.  [112-113
 
ultimo aggiornamento: 15-Gen-2016
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