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Le cere a soggetto dermatologico dell’Università degli Studi di Firenze

Chiara Gabbriellini, Francesca Rossi (Restauratrici specializzate nella conservazione delle opere in ceroplastica, diplomate presso l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze).


56 cere a soggetto dermatologico, recentemente recuperate dalla prof. Donatella Lippi, sono entrate a far parte della collezione ceroplastica umana del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze, nel Museo di Anatomia Patologica.
Le cere, realizzate all’interno della Clinica Dermatologica dell’Università di Firenze tra il 1919 e il 1920, quando era direttore Celso Pellizzari (1851-1925), furono realizzate dal tecnico Lorenzo Borrani, molto verosimilmente all’interno della Clinica stessa.
La raccolta documenta la diffusione di determinate patologie, valutate di particolare interesse scientifico, tanto da raggiungere la dignità di essere fissate nella cera: alcune, infatti, documentano casi più comuni, come cheloidi e nevi, altre attestano la grande importanza rivolta alle diverse forme di sifilide, altre ancora documentano malattie oggi estremamente rare, come il boubas (fig.1), il bromoderma della gamba, il lichen scrophulosorum, la mixomatosis nodosa, la tubercolosi verrucosa, l’ulcus mollo gyganteum serpiginorum cutis.
figura1Il lavoro di salvaguardia e di recupero, sostenuto da un finanziamento della Facoltà di Medicina e Chirurgia di Firenze e dal Museo di Storia Naturale, rappresenta una testimonianza importante nella storia della ceroplastica a carattere specialistico.[1]

La tecnica di realizzazione

Le 56 opere in cera sono realizzate a calco mediante il colaggio della cera allo stato di fusione all’interno di una matrice negativa. Quasi tutte le opere sono tratte direttamente dal vero per mezzo di un calco in gesso della parte anatomica interessata (volti, porzioni di arti superiori o inferiori, genitali, etc), ipotesi facilmente deducibile e confermabile dalla perfetta restituzione dell’epidermide.
Vi sono 54 modelli montati su un supporto ligneo dipinto di nero e due di dimensioni più grandi, conservate all’interno di teche espositive.
Le 54 opere sono costituite da uno spessore di cera molto sottile (circa 2 mm) rinforzato all’interno da uno strato di gesso con spessore disomogeneo (da 0,5 a 1 cm circa). I modelli, così composti, poggiano su una sorta di “imbottitura” morbida in cotone atta a sostenere ed accogliere le opere. Lo spessore in cera è composto da due strati realizzati in due momenti. Il primo strato colato nella controforma ha un aspetto trasparente, ed è quello immediatamente visibile all’osservatore. Il secondo, riconducibile allo stato più interno, è quello su cui l’autore si serve per la messa a punto dei dettagli (arterie, vasi sanguigni, sopracciglia o barba). Si tratta di una tecnica piuttosto raffinata che dimostra una notevole abilità artistica del ceroplasta.
In altri casi, i particolari delle lesioni cutanee o delle sopracciglia sono sovradipinti in superficie.
Le due cere conservate nelle teche presentano una tecnica di realizzazione diversa dal gruppo precedente; la cera è cava al suo interno e non esiste nessuna anima strutturale, né in gesso né in cotone.
La superficie delle cere è protetta da un sottile velo di vernice (presumibilmente gommalacca).
Il perimetro di ciascuna opera è circondato da un tessuto di cotone o di garza (a seconda del modello), fermato alla cera e al supporto ligneo per mezzo di piccoli chiodi, la cui funzione è sia decorativa che funzionale. Infatti il tessuto serve non solo per fermare la cera al supporto, ma anche a nascondere il riempimento interno in cotone, che diversamente si sarebbe percepito dai lati.
Ulteriore sistema di ancoraggio delle opere ai supporti espositivi, risiede in una corda (inserita nello spessore del gesso al momento della gettata), fermata ad un elemento metallico presente sulla tavoletta.
Le cere sono state realizzate intorno agli anni ’20 del ‘900 [2] da Lorenzo Borrani, Tecnico della Clinica Dermosifilopatica dell’Università di Firenze. Tali informazioni sono riportate nelle targhette identificative applicate ai margini dei supporti, [3] insieme alla patologia raffigurata e al numero di inventario, ad oggi non più riconoscibile.

Stato di conservazione e cause di degrado

Le opere presentano diverse fenomenologie di degrado, di minore o maggiore entità, a seconda del tipo di danno subito. Tuttavia, tutte le opere sono accomunate dalla deformazione dello strato in cera, causata dal contatto o la vicinanza ad una fonte di calore.
Tutti i modelli sono investiti da un notevole deposito di particellato atmosferico, che offusca il caratteristico aspetto traslucido della cera ed altera i toni cromatici identificativi della patologia dermatologica. La superficie presenta sia microfessurazioni dello strato in cera, che estese fratture con presenza di numerosi frammenti. Sono inoltre rilevabili ampie lacune con perdita della materia originale, sollevamenti, distacchi e deformazioni del sottile strato di cera dallo spessore di rinforzo in gesso.
La presenza di così tante opere fratturate è dovuta probabilmente ad urti accidentali, avvenuti durante la movimentazione o l’impiego quali modelli didattici di studio, ma nel caso specifico di queste opere il motivo è intrinseco all’opera stessa. La tecnica esecutiva, che prevede lo strato di rinforzo in gesso a diretto contatto con la cera, in presenza di sbalzi termo-igrometrici innesca tensioni che si rivelano deleterie per la conservazione stessa. Il gesso, in presenza di un elevato tasso di umidità relativa, tende ad aumentare il proprio volume causando sollevamenti, distacchi e fratture. Gli stessi supporti lignei, ai quali sono ancorate le opere, nel corso del tempo subiscono contrazioni e dilatazioni che si ripercuotono sui modelli in cera.
Le due opere conservate all’interno delle teche espositive hanno subito una vera e propria fusione che non consente alcun tipo di recupero.

Intervento di restauro

L’intervento di conservazione e restauro ha mirato al recupero materico ed estetico di ogni singolo modello, per riportare l’intera collezione ad una completa fruibilità ed una stabilità ottimale per la sua conservazione nel tempo.
Il restauro, iniziato nel 2010 e terminato nel 2014, è partito da un’indagine conoscitiva sulla tecnica di queste particolari opere, affiancata da una campagna di analisi-chimico fisiche sulla materia per comprendere la natura delle cere impiegate. Poter conoscere l’impiego novecentesco della cera in collezioni ceroplastiche scientifiche, permette di fare interessanti confronti con altre importanti collezioni. [4]
L’intervento di restauro, ha affrontato in primis la pulitura delle delicate superfici (fig.2). La diversa tipologia delle opere in esame, ha evidenziato un aspetto importante e fondamentale che ha influenzato e indirizzato le scelte metodologiche per tale intervento, ovvero le varietà di texture superficiali strettamente legate alle patologie raffigurate. La pulitura è stata pertanto differenziata a seconda dei modelli, in relazione allo spessore del deposito di polvere, alla sua coesione in superficie e alla fragilità della materia originale.
Altro grosso intervento ha riguardato il completamento delle parti mancante mediante integrazioni materiche con una miscela di cere, eseguita mediante applicazione di tarsie, ovvero sottili lastre di cera inserite ad incastro nelle parti mancanti. A compimento, è stato eseguito un ritocco pittorico per omogeneizzare la nuova integrazione con la superficie originale.
Per quanto riguarda le opere deformate, è stato messo a punto un sistema innovativo, costituito da un box nel quale è stato introdotto del calore. L’opera inserita all’interno della camera riscaldata ha risentito gradualmente del calore, ammorbidendosi e tornando infine alla forma originale suggerita dallo strato in gesso sottostante.

 

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[1] Wachsmoulagen als kulturgut, erforschen, erhalten und restaurieren. Wax Moulages as Cultural Artefacts: investigation, conservation and restoration. International conference, 24-26 september 2009.
[2] Nella maggior parte delle opere è potuto leggere la data 1919.  
[3] Solo un’opera non presenta la targhetta, ma sul retro è riportato il nome dell’autore (allievo della Clinica). 
[4] Chiara Gabbriellini, Gabriella Nesi, Francesca Rossi, Raffaella Santi, Laura Speranza, La collezione di cere del Museo di Anatomia Patologica di Firenze. Note sulle vicende storiche, sulla tecnica esecutiva e sui restauri, in OPD Restauro n. 21, Firenze, 2009, Ed. Centro Di, pp. 51-70.
 
ultimo aggiornamento: 30-Mar-2017
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