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SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana
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Interpretare e curare.

Medicina e salute nel Rinascimento

M. Conforti, A. Carlino, A. Clericuzio (a cura di), 2013, Interpretare e curare. Medicina e salute nel Rinascimento
Carocci, Roma, pp. 435
Albarosa  Gesualdo (dott.ssa in Scienze filosofiche)

È legge del fato  e  della  natura  che  ogni  cosa  s’  adopre  secondo  la  condizione  dell’  esser  suo.
Perché, dunque,  mentre  perseguitate  il  nettare  avaro  de  gli  dei,  perdete  il  vostro  presente  e
proprio, affliggendovi  forse  sotto  la  vana speranza dell’ altrui?  Credete che non si debba sdegnar
la natura di donarvi l’ altro bene, se che  presentaneamente v’ offre, tanto stoltamente dispregiate?
Con  queste e simili raggioni l’ anima, prendendo la causa de la parte più inferna, cerca de richiamar
gli pensieri alla cura dl corpo.
GIORDANO BRUNO [1]   


Ad un passo dalla modernità.  Viaggio nel variopinto universo dell’ Umanesimo medico. 

Nei suoi  Elf Traktaten  Paracelso, parlando dei rapporti fra i corpi animati e l’ intervento su questi da parte del Creatore, che agisce su questi quale sommo alchimista con gli elementi della sua arte, dichiara che è «l’invisibile a rendere esperti, non il visibile», [2] ossia la conoscenza degli agenti spirituali ed incorporei che agiscono all’ interno del corpo umano e dei suoi organi. Il tangibile, pertanto, altro non è che l’involucro, la pellicola materia esterna all’ interno della quale stanno racchiusi gli spiriti, i principi attivi dei corpi ed il trio prima – costituito da sale, zolfo e mercurio.  I suddetti corpi invisibili spirituali sono resi visibili mediante l’azione del fuoco.  «Che altro è la vita se non un’ essenza  spirituale, qualcosa di invisibile ed impalpabile, uno spirito,una sostanza spirituale? […]  Che cos’ è dunque un corpo senza lo spirito? Assolutamente nulla». [3] Il concetto di anima spirituale è stato dato per scontato ed inconfutabile per decine di secoli, tale che risultava impossibile concepire l’ uomo, quale entità corporea materiale senziente, separato dall’ anima immortale profusa in esso, animatrice delle sue funzioni e fulcro originario di sentimenti, sensazioni e pensiero. A noi, generazione del post-moderno, fruitori delle più raffinate scienze cognitive e forti dell’ esperienza esistenzialista, sembra quasi un assurdo tentare di conciliare l’ idea di anima spirituale, nella maniera in cui la intendevano Paracelso ed i suoi contemporanei, con le moderne teorie scientifiche cognitiviste, le quali ci hanno da lungo tempo insegnato esser quella che chiamiamo erroneamente – o convenzionalmente – anima null’ altro che il risultato di un complesso processo biochimico di interconnessioni neuronali che, più semplicemente, chiamiamo coscienza; e tuttavia, senza nulla togliere né all’ idea di anima immortale ereditata dal passato, che pure ci ha insegnato molto nonostante l’ ovvia fallacità, né alla fredda scienza cognitivista che, pur descrivendo in maniera più o meno dettagliata gli articolati processi generanti la coscienza, possiamo ancora trovare un punto di incontro fra l’ una e l’altra teoria. Bisogna riconoscere che a tutt’oggi molte persone continuano a credere fermamente nell’anima immortale, rifiutando come un demone maligno l’idea di esser fatti di pura chimica. L’uomo deve essere qualcosa di più della sua materia. E questo esser di più possiamo trovarlo, seguendo la linea tracciata da Sartre, nella nostra vita individuale, quale somma di azioni, scelte, iniziative e relazioni che ogni singolo soggetto ha intrattenuto nel breve arco temporale in cui la sua esistenza si è svolta sul piano della vita. Dunque, l’uomo è ciò che fa e ciò che fa descrive essenzialmente la sua vita, nei confronti della quale egli no può far altro che riconoscere sia sé stesso sia il proprio senso ultimo.  E sono proprio le sue azioni, il suo contributo, ed il tentativo costante di porre dei limiti cui unico scopo è infrangerli che hanno fatto sì che l’ uomo, in ogni epoca, affondasse sempre più le proprie radici in quello che ancora rimane il grande mistero del corpo umano intrecciato stretto al suo sentire. La malattia provoca primariamente dolore fisico, ma questo appare ben poca cosa se confrontato a quell’effimero ed intrinseco dolore occulto che, a partire dalla malattia stessa, nasce al cuore umano per riverberarsi come un’eco; ed è proprio nel tentativo di fronteggiare questo dolore occulto ed ineffabile, ancorché quello meramente fisico, che la medicina ha svolto le sue più profonde ricerche. Volendo riprendere il concetto che stava tanto a cuore a Descartés, quale binomio di anima e corpo l’uomo necessita di un’ attenzione particolare che trascenda l’ aspetto meramente materiale della diagnosi e della cura, qualcosa che volga alla cura del suo spirito ferito dall’ avvento della malattia. Le cure mediche spesso devono arrendersi di fronte al progredire inarrestabile della malattia, ma è proprio a questo punto che intervengono quelle cure proprie del cuore, ossia quelle risultanti dalla vicinanza reciproca degli uomini in quei rapporti di mutuo soccorso che, resi fratelli nel dolore,  innalzano le loro esistenze al piano autentico di quello che possiamo chiamare esistenzialismo; poiché laddove la scienza è costretta a gettare le armi e dichiarare la resa, dinnanzi alla potenzialità della cura propria del cuore umano la malattia perde in partenza. E quale epoca più di qualsiasi altra ha riconosciuto tale necessità, inscindibile dalla pratica strettamente medica, di unire l’arte, la poesia e la giusta causa che conferisce senso alle proprie azioni alla medicina scientifica se non appunto il Rinascimento?  Risorto dalle tenebre del Medioevo dominato dalla convinzione che fosse il dolore la via eccelsa per raggiungere il divino, l’ uomo nel Rinascimento riacquista il posto che gli spetta di diritto in termini di qualità della vita. Il corpo umano, offeso dalla malattia, non è più solo l’organo mediante il quale si conduce il viaggio all’interno dell’ esistenza terrena, breve e naturalmente mortale, in attesa di tornare alla casa del Padre dove – stando alla tradizione – ci attende l’ incorporea vita eterna scevra di sofferenze, bensì, in prospettiva umanistica, la custodia di quanto vi è di più peculiare negli uomini, la dimora eletta dei nostri sentimenti, del pensiero e del perché ultimo dell’ uomo, e come tale bisognoso di cura e prevenzione.   Rispolverando le antiche concezioni greche che conferivano importanza fondamentale alla figura umana quale connubio di tutti questi eterogenei elementi, l’ uno inscindibile dagli altri, il profilo intellettuale dei medici umanisti che tra il Quattrocento ed il Cinquecento va delineandosi appare fortemente caratterizzato da una vocazione filologica [4] (e dunque in una pretesa di restaurare gli autentici fondamenti della medicina delle auctoritates greche), scientifica e filosofica.  Ed ecco che in questa suggestiva epoca di transizione, densa di cambiamenti sotto più fronti (sociologico-politico, religioso, artistico, culturale, filosofico e scientifico), l’arcaica figura d’Ippocrate, eclissata per secoli da quella di Galeno, riemerge alla luce del nuovo sole di rinnovato splendore nelle più autorevoli università d’ Europa. Nel discorso inaugurale che Lorenz Gryllus, appena eletto docente di medicina, tenne all’Università di Ingolstadt nel  gennaio del 1556, mentre l’ Europa intera si piegava alle volontà dell’ ambizioso Carlo V, costituisce un mirabile esempio di quel cambiamento che dopo secoli di tentennamenti finalmente andava compiendosi: costretto dalle sfavorevoli circostanze a tenere il proprio discorso da un lettino portatile cui la rottura di entrambe le gambe lo aveva relegato, Gryllus, invece di argomentare a favore o contro l’una o l’altra auctoritas (che fosse Galeno, Dioscoride o Ippocrate), descrisse con dovizia di dettagli ciò che aveva potuto vedere coi propri occhi nelle corsie degli ospedali di mezza Europa – in un viaggio che lo aveva condotto da Napoli a Londra e dalla tiepida Provenza fin quasi alla soglia della fredda Praga – e delle eminenti conoscenze cui aveva potuto stringere interessanti disquisizioni di medicina, scienza e filosofia. «Aveva visitato le corsie di Padova con Montano; aveva studiato i pesci a Montpellier con Rondelet; a Parigi aveva reso omaggio a Sylvius, Houllier e Fernel; aveva disquisito di anatomia con Vesalio di critica del testo con Coronarius, di mineralogia con Georg Agricola. In sintesi, era stato quasi dappertutto ed aveva parlato quasi con chiunque contasse nell’ ambiente della medicina rinascimentale». [5]  Il racconto di Gryllus, che è anche un piacevole ricordo dei giorni felici passati nella calde regioni meridionali d’ Europa il cui clima mal si concilia con la grigia e fredda Ingolstadt, mostra in maniera fin troppo chiara le intenzioni del suo oratore non solo di essere aggiornati sugli ultimi sviluppi filologici, bensì di sposare questi ultimi alla pratica strettamente medica al fine di riportarla, al pari delle grandi opere rivoluzionarie dell’ epoca, all’ aureo statuto della classicità; e l’enfasi posta sui più moderni sviluppi in tal senso, dalle straordinarie scoperte anatomiche del maestro Vesalio [6] alla pratica sempre più assodata dell’ arte degli speziali fiorentini e veneti, [7] conferisce a tutto questo un’ importanza che non sarà meramente locale, l’ evanescente ricordo di un docente di medicina chiamato ad intrattenere un pubblico di trepidanti studenti desiderosi di apprende l’ enigmatica scienza della vita e dei suo processi, bensì una testimonianza precisa di quello che sarà il processo di emancipazione della figura di Ippocrate da quella della dominante auctoritas di Pergamo (e che solo un secolo più tardi i seguaci di Ippocrate avrebbero deriso e rifiutato alla stregua di uno dei tanti ciarlatani  dell’ epoca che viaggiava in lungo ed in largo col suo carretto di chincaglieria). È l’uomo dunque, in tutta la sua finitezza e caducità e nella scoperta esser queste la sua fonte primaria di bellezza ed amore, protagonista indiscusso del Rinascimento in ogni sua più sottile sfaccettatura. È nel Rinascimento che l’uomo  vive il suo momento più magico e ricco, una sorta di preludio al tempo in cui le dottrine sperimentali (alchimia, filosofia e filologia) avrebbe dato inizio alla rinascita della scienza vera e propria in un caleidoscopico carnevale di idee, ipotesi e tesi sulla reale natura di quell’ineffabile e tuttavia concreta entità chiamata vita; rinascita che si era già compiuta emblematicamente in campo artistico e filosofico, e proprio sulla scia di questi si compirà anche quella sorprendente primavera scientifica la cui eco è destinata ad echeggiare a lungo, e mai del tutto cessata, diffondendosi in tutta l’Europa. Ed è l’epoca soprattutto che vede un susseguirsi continuo di ribelli e dissidenti che, ciascuno a modo proprio, tenta di cambiare il mondo e di riscriverne daccapo le regole: sentimento per il bello, riscoperta dell’ importanza dell’ uomo e del suo ruolo nel complicato gioco dell’ esistenza, desiderio di libertà e di assoluto svincolamento da dogmi, preconcetti e regole di sorta sono solo alcuni degli ingredienti basilari che anima lo spirito di questi rivoluzionari di quell’ epoca spettacolarmente multiforme, e senza la quale non saremmo mai potuti essere quello che oggi siamo.  

 

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[1]  Cfr. G. BRUNO, Il mito di Atteone, in Degli eroici furori, (Dialogo IV).
[2]  Cfr. A. CLERICUZIO, Anatomia viva: la ricerca dei principi vitali nella medicina di Paracelso, (La ricerca di agenti invisibili), estratto da PARACELSUS,  Sämtliche Wrke, cit. pp. 57, hrsg. Von Sudhoff, W. Matthiessen, (Oldenbourg, München 122-1931), in Interpretare e Curare.  Medicina e salute nel Rinascimento, a cura di M. Conforti, A. Carlino e A. Clericuzio, Parte Quarta.  Metamorfosi , cit.  pp. 284, (Carocci Editore,  Roma 2013)
[3]  Ivi, tratto da De Natura Rerum, in SW., pp. 329-330, Vol. XI (München, 1928). Cfr E. W. KÄMMERER, La Problém du Corps, de l’âme et de l’Esprit chez Paracelse et chez quelques auteurs du XVII siècle, in L. Braun, Claiers de l’Hermétisme: Paracelse, pp. 89-231,  (Albin Michel, Paris 1980) 
[4]       Cfr. J. P. SARTRE, L’ esistenzialismo è un umanismo, [L’existentialisme est un humanisme], (1945),  cit.  pp.  56-57, traduzione a cura di G. Mursa Re, (Ugo Mursia Editore, Milano 1996)
[5]  Cfr. A. CARLINO, Anatomia umanistica: Vesalio, gli Infiammati e le arti del discorso, (Medicina umanistica), in  Interpretare e Curare. Medicina e salute nel Rinascimento, a cura di M. Conforti, A. Carlino e A. Clericuzio, Parte Prima. Tradizioni, cit. pp. 77, (Carocci Editore, Roma 2013)
[6] Cfr. V. NUTTON, Ippocrate nel Rinascimento, (L’ immagine moderna di Ippocrate), Ivi, pp. 21
[7] Cfr. A. CARLINO, Anatomia Umanistica: Vesalio, gli Infiammati e le arti del discorso, ivi, pp. 77-93
[8] Cfr. F. DE VIVO, La farmacia come luogo di cultura: le spezierie di medicine in Italia, Ivi, Parte Seconda. Luoghi, pp. 129-142
 
ultimo aggiornamento: 15-Gen-2016
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