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SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana

Newsletter N. 01/2015

 

PERCORSO DI FORMAZIONE RIFLESSIVA ALLE TEMATICHE DI FINE VITA ATTRAVERSO LA VISIONE DI FILM

 18 Nov 2014 - 17 Mar 2015 (ore 15:00 - 18:00) Aula padiglione 9b Margherita - Careggi, Firenze

L’Associazione GRECALE, insieme al Laboratorio di Medical Education e col patrocinio del Centro di Medical Humanities di Firenze, ha organizzato a partire dal 18 novembre 2014 fino al 17 marzo 2015 la proiezione mensile di film che hanno per argomento tematiche di fine vita. Ogni proiezione sarà preceduta da una breve presentazione e sarà seguita da una ampia discussione guidata da discussant.
Il percorso rappresenta un’occasione di formazione riguardante tematiche che dovrebbero essere patrimonio di tutti gli operatori che lavorano o laveranno in ambito sanitario.

  • Scarica la locandina dell'evento (.pdf)


 

 

     


 
  • EVENTO PER IL CENTENARIO DELL’OSPEDALE DI CAREGGI

   "Un Medico all'Inferno" - 3 dicembre 2014 ore 17- Aula Magna Presidenza SSSU, Careggi (Firenze)

    Il viaggio di Dante attraverso i gironi infernali consente di analizzare la complessità del dolore, proponendo paralleli interessanti con la Medicina di ieri e di oggi, nello straordinario incontro tra Poesia e Scienza.

    Interventi di Donatella Lippi, A. Raffaele De Gaudio. Recitazione di Riccardo Pratesi.
    La Biblioteca Biomedica esporrà alcune  edizioni della Divina Commedia, antichi documenti a stampa e    manoscritti.

 

 

 

     


 
  • INCONTRO CON IL DOTT. ALFREDO ZUPPIROLI

    “Il rapporto medico paziente nell’arte” - 3 Dicembre 2014 - Lyceum Club Internazionale, Palazzo Giugni (Firenze)
(a cura della dott.ssa A.R. Gesualdo)


   Frammenti per un’ estetica della medicina e filosofia del  «cuore ferito».

Il Lyceum Club di Firenze ha organizzato presso la sua sede, a Palazzo Giugni Fraschetti, in data 3 dicembre 2014, l’incontro col dottor Alfredo Zuppiroli, medico chirurgo e cardiologo, autore di una suggestiva e quanto mai emozionante esposizione sulla figura del medico attraverso l’ occhio conciliatore dell’ arte, la sola che, avvalendosi dell’ aspetto ludico e fantastico che gli è proprio, riesce con straordinaria efficacia a dire e rappresentare il vero.   Solo attraverso la libertà dell’arte si può estrapolare l’ essenza autentica dell’ animo umano, ed essa non può esser scissa dalla pratica prettamente scientifica, rischiando così di operare un vile riduzionismo che impoverisce e defrauda l’ uomo, tanto il paziente quanto il medico, di qualcosa di irrinunciabile.  Se per un verso, infatti, il riduzionismo proprio dell’ età moderna, o età della tecnica, inaugurato dall’ ottimismo scientifico e filosofico del positivismo e straordinariamente rappresentato dal dipinto di Paul Klee (Testa, mano, piede e cuore, 1930), dove è possibile cogliere con drammatica eloquenza lo spezzettamento dell’ individuo nelle varie branchie mediche specifiche, rischia di ridurre il paziente ad una serie di dati registrabili e misurabili in una sorta di sterile simbologia iconografica, dove la medicina diventa una mera diagnostica per immagini in cui il paziente non è più necessario, per l’ altro è altrettanto vero che il medico a sua volta, immerso in questo atteggiamento, rischia di divenire non molto diverso dalle sue stesse macchine con le quali misura e diagnostica le patologie dei suoi pazienti. Questo atteggiamento fa sì che la globalità dell’ uomo, inteso quale connubio di anima e corpo, vada inesorabilmente perduta, e che l’ uomo si riduca appunto, come Klee predice, ad una serie di parti fisiche oggetto di una fredda indagine, come i reperti forensi in un’ indagine investigativa. In una simile prospettiva dunque, se  il paziente, nella superba età della tecnologa, diventa unicamente un’ icona, un insieme di dati biologici, il medico assume i tratti quasi grotteschi della macchina che raccoglie e misura questi dati e che sommandoli raggiunge con freddo distacco ad una diagnosi.  Un rischio questo purtroppo immanente alla medicina moderna, come in molteplici settori della vita tecnologica che abbiamo costruito pezzo dopo pezzo attorno a noi, alzando delle vere e proprie barricate che ci dividono dagli altri;  e tuttavia un rischio che si fa più urgente proprio in medicina in quanto nessuna pratica è, o dovrebbe essere più prossima all’ uomo, tanto vicina da riuscir quasi a toccare la sua anima con la punta delle dita.  La tecnologia infatti, come un Giano Bifronte, ha sì condotto nelle nostre vite una molteplicità di benefici solo fino a poco tempo fa nemmeno immaginabili – ci basti pensare agli odierni telefoni cellulari corredati d’ ogni accessorio, o ai sottilissimi tablet che ci permettono di contenere un mondo intero di effetti personali in poco meno di 12’’ – ma a questi innumerevoli vantaggi vi è, come in ogni cosa, il rovescio della medaglia, o se vogliamo il suo corrispettivo di svantaggi.  Annullando le distanze che ci separavano gli uni dagli altri e rendendo ogni luogo di questo mondo, non più così immenso come un tempo appariva, a portata di click, ci siamo paradossalmente allontanati da chi è a noi più vicino, trovando preferibile alla vita reale incontrovertibile quella virtuale dove tutto e possibile, e dove noi stessi possiamo assumere di volta in volta identità e volti differenti precludendoci allo sguardo altrui.  È pur vero che la moderna tecnologia ci permette di essere ovunque in qualsiasi momento senza lasciare il nostro posto, ma questo non deve per nessuna ragione diventare un surrogato della vita reale, ma solo quello che è effettivamente: uno strumento.  E come ogni strumento, il tutto sta a come esso viene usato.  La medicina è un sapere comprensivo che lega stretto a sé una densa quantità di altri saperi che la completano ed arricchiscono, fra i quali annoveriamo sì le scienze naturali, la biologia e la chimica, e di recente anche la tecnologia, ma non meno importanti di queste sono appunto anche l’ arte, la filosofia e – perché no? – la poesia. Cosa in fondo più della medicina può trovare sua più esatta definizione quale poesia di scienza ed interazione umana?  L’elemento scientifico proprio della medicina ha, rispetto a tutte le altre ramificazioni scientifiche, un carattere profondamente diverso, a molti e che a molti di noi può apparire perfino inusuale;  ma esso è intrinseco alla medicina stessa, ne costituisce l’ essenza non meno della biologia e la chimica, ed è pertanto necessaria all’interpretazione dei dati rilevabili e misurabili dai macchinari e dalla conoscenza medica.  Vale pertanto il mirabile giudizio di Bleuler, citato anche da Jaspers, secondo il quale l’interpretazione  «è una scienza solo nei suoi principi,  nelle sue applicazioni è un arte».   La medicina degli ultimi anni ha assistito con occhi sbalorditi ad un susseguirsi continuo ed incessante i mirabolanti scoperte scientifiche e tecnologiche, rendendo così possibile la cura, ed in molti casi la guarigione, di un numero sempre più consistente di patologie che un tempo non lasciavano scampo; ma tale facoltà, importantissima e preziosissima, non deve prendere il posto dell’ insostituibile rapporto che medico e paziente instaurano reciprocamente.  Un rapporto che è anzitutto contatto fra un essere umano e l’ altro, in un magico intreccio di sensazioni, emozioni ed umori diversi in quella particolarissima relazione interumana che, per dirla con Merleau-Ponty, potremmo definire chiasmatica.  Due mani che si toccano e si fondono l’una nell’ altra – come mostra emblematicamente la scultura di Rodin – annullando la priorità di colui che tocca da colui ch viene toccato.  Un intreccio inscindibile che, in ambito medico, unisce la Diseases (ossia la patologia in sé, nella sua oggettività), la Illness  (il modo in cui ciascuno vive la condizione della malattia, unica in ciascuno e diversa da tutti gli altri), e la Sickness (il cambiamento che avviene sia a livello personale che in rapporto alla società, nella rete di relazioni diverse che ciascun individuo intesse con gli altri).  Solo tenendo ben presenti questi tre fattori, inseparabili l’ uno dall’ altro come fatti della stessa materia e figli della stessa madre, sia da parte del medico che da parte del malato, sarà allora possibile intraprendere un percorso di cura e guarigione che mantenga sullo stesso piano di valore sia i caratteri propriamente biologici e terapeutici sia le attese, le aspettative ed i valori di ciascun singolo individuo. Il cuore è l’ organo che più di qualsiasi altro, nelle varie esperienze di vita in generale e nella medicina nel caso particolare, deve emergere a rischiarare le tenebre dell’ indifferenza.  Un cuore spesso ferito, non necessariamente malato, bisognoso di conforto, consolazione e, soprattutto, calore.  Il cuore:  un organo tanto misterioso e denso d’ una retorica infinita e millenaria che s’ avvale d’ una altrettanta infinita simbologia che la pratica medica, quale perfetto connubio di scienza ed arte, deve sempre tener ben presente e conoscere alla perfezione non meno dei suoi ventricoli e valvole.  Grande all’ incirca come un pugno con peso medio di 350-370 grammi, il cuore è forse il muscolo più forte del nostro corpo per una molteplice serie di ragioni, che va dalla resistenza alla malattia alla ben più difficile resistenza al dolore, originato a sua volta per causa di vari fattori.  Ed è proprio il dolore, più della malattia stessa, dolore fisico ma ancor di più quello emotivo, la causa prima che frammenta il cuore in un milione di piccoli pezzi difficilmente ricucibili a restituirne l’ originaria fibra e forza.  Un muscolo forte il cuore, ma in tanta forza è insita connaturata una profonda fragilità che necessita costantemente d’essere preservata e resa immune dal dolore;   e laddove ciò non è possibile, far di tutto allora per limitare i danni.  E nessuno più del medico nella sua carriera professionale si ritrova a dover lenire una quantità esorbitante, e sempre eccessiva, di cuori infranti:  il cuore di un paziente che cessa di battere, vinto dalla malattia, ed il cuore infranto delle persone che hanno perduto la persona amata, ed il cui cuore – metaforicamente parlando – cessa di battere nel medesimo istante in cui la morte sopraggiunge.  Ed è propriamente il cuore, quale che sia la sua specializzazione o il suo campo, e quale che sia il caso specifico cui si trova ad imbattersi, il punto di contatto fra il medico ed il suo paziente e le persone care che della vita di quest’ ultimo, il filo rosso irrinunciabile che occorre seguire imperituri per non perdere il giusto sentiero.   Questo è, il fattore cuore ferito,  il punto centrale cui il dottor Zuppiroli ha incentrato la sua esposizione.  Il cuore, quale perno attorno al quale la medicina, intesa quale irriducibile incontro tra scienza, filosofia, arte e relazione interumana, deve in perpetuo moto circolare partire e tornare, come la Terra che gira attorno al Sole, sua fonte di vita ed energia.  Per dirla con le parole di Jaspers,  benché sia vero che fra medico e malato s inseriscono dei poteri alle cui regole entrambi devono attenersi,  «la fiducia fra uomo e uomo non va perduta».  Nella malattia, purtroppo, si può vincere e si può perdere, a volte è più forte il corpo altre volte invece è più forte il male che lo ha colpito;  ma nessuno sforzo sarà stato vano se in quell’ unico frangente in cui ci si è creduti più forti,o ci si è illusi di esserlo, il medico ed il suo paziente hanno unito le forze reciproche e, smessi ciascuno i propri panni, hanno lottato assieme come un sol uomo.  Il cuore deve essere il leitmotiv dell’ arte medica, sempre e senza condizioni.  Perché con l’uomo, quale che sia l’ esito finale, se non perdiamo di vista il fattore cuore, si vincerà sempre

 
ultimo aggiornamento: 22-Apr-2015
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