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SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana
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Storia del Codice Italiano di Deontologia Medica

Dalle origini ai giorni nostri


con il patrocinio della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO)




Autore: S. Patuzzo

Editore: Minerva Medica, Torino

Anno pubblicazione: 2014

pagine: 288

 

  • Recensione di Alba Rosa Gesualdo (dott.ssa in Scienze filosofiche)

 

 

 

Le specie del genere umano sono infatti varie e multiformi; derivate anch’ esse dall’ alto,

[…]   Stringono frequenti e stretti legami con quasi tutte le altre specie.  […] Per questi motivi,

o Asclepio, l’ uomo va considerato come un prodigio, un essere animato degno di venerazione

e di onore. […]  Egli è in tutte le cose ed è al tempo stesso ovunque.

ERMETE TRISMEGISTO, Asclepio 

 

 

Storia e propedeutica della Deontologia. L’ Etica, il medico e l’uomo.   

 

«Il Codice di deontologia medica», scrive Amedeo Bianco, presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, «rappresenta la summa delle regole comportamentali che i medici sono chiamati rispettare nella loro professione [1]».  Coloro che sono avvezzi alla materia, o che ne possiedono i rudimenti, dagli operatori sanitari agli intrepidi studenti che si addentrano nella professione medica con l’intima speranza di lasciarvi un segno del proprio passaggio, conoscono bene l’insieme di queste regole e sono chiamati a tenerle sempre ben a mente in qualsiasi situazione possa loro un giorno o eventualmente presentarsi, anche le più estreme (divenute queste ultime negli ultimi anni, purtroppo, non più così rare).  Ai comuni mortali che s’avvicinano ad un ospedale solo in caso di estrema necessità, per malaugurata sorte, esse tuttavia appaiono come qualcosa di profondamente nebuloso, oscuro e, sotto certi versi, alquanto complicate se non addirittura perverse.  Cosa intendiamo, infatti, quando in medicina parliamo di regole comportamentali?  In base a quali parametri si possono definire delle regole comportamentali, e da cosa e come traggono origine?  Sono gli uomini singoli o di un certo tempo particolare gli autori e custodi di tali norme, oppure sono i casi particolari che possono verificarsi nel corso della storia della medicina ed in ambiente clinico, bisognosi di linee guida, ad indurre l’iscrizione di determinate regole comportamentali da applicarsi in casi simili futuri?  Ciò che appare evidente, al di là di tutte le specificazioni particolari e dell’astrusità del linguaggio tecnico incomprensibili ai più, è la necessità da parte della Medicina e della Legge di unire forze, conoscenze e competenze a tutela del più debole, della parte lesa se si vuole, e nel rispetto dell’autorità del medico che si ritrova a combattere giorno dopo giorno la dura lotta contro la malattia.   Ciò che troppo spesso sfugge, perché lo si dà per scontato o perché, a chi guarda alla medicina – ben lieto – con occhi profani, non viene considerato un problema, è la condizione propria del medico, chiamato all’ ingrato compito di dover scindere la malattia dal paziente, il male dall’ uomo, a vivere i singoli casi a metà fra il distacco professionale e l’ovvio legame affettivo che viene ad instaurarsi in maniera pressoché spontanea nelle relazioni interumane di qualsivoglia natura.  Il distacco è necessario anche se deplorevole, o il cuore sarebbe condannato a fermarsi un milione di volte e più, tante volte quanti sono i pazienti che nell’arco d’una carriera possono varcare la soglia dello studio o dell’ospedale; ma il contatto reciproco di due anime che, soprattutto nel dolore, s’incontrano, il legame affettivo che gli uomini intrecciano naturalmente indipendentemente dalla situazione cogente, inevitabile.  Da una parte si richiede dunque al medico obbiettività d’analisi mutuata da un cordiale distacco, e dall’ altra invece si rivela vitale l’instaurarsi di un rapporto di fiducia reciproca, comprensione e vicinanza al quale il medico, anche potendo, non deve sottrarsi.  Lo stetoscopio posto sul petto del paziente deve cogliere in egual misura i battiti del muscolo cardiaco e quelli del cuore umano, e distinguerli solo per ricongiungerli ed interpretarli di concerto.  Si ha la tendenza oramai da lungo tempo radicata di equiparare la medicina ad una particolare forma d’arte, come la pittura, la scultura e la poesia: precisamente, la medicina è arte dell’agire, una poetica dell’azione di uomini su altri uomini che segue scrupolosamente il pentagramma delle note affinché a sinfonia finale risulti perfettamente armonica.  Affinché ciò avvenga sono indispensabili una serie di fattori diversi, ma strettamente legati gli uni agli altri, e la fortuna della combinazione con la quale si offrono.  L’abilità del medico e l’entità o la tipologia del male in primis, ma fondamentali sono anche l’atteggiamento del paziente nei confronti del proprio stato di malattia, diverso in ciascuno, le sue credenze ed aspirazioni, e l‘inalienabile diritto di poter dire l’ultima parola su quella che è la propria vita amputata della salute. Come giustamente sottolinea la Arendt, gli uomini tutti, tanto i pazienti quanto i medici, sono un imprescindibile connubio di natalità ed unicità [2], identificativo di ciascuno – e del genere umano – non meno del DNA conduttore dei caratteri peculiari dell’individuo.  L’azione, per usare ancora le parole della Arendt, è la sola attività che metta realmente in reciproco diretto rapporto gli uomini senza la mediazione di artifici e cose materiali [3]. Essa corrisponde alla condizione umana della pluralità: al fatto che gli uomini vengano a condividere spazi e scopi comuni pur mantenendo intatte le proprie personali differenze intrinseche.  Al fatto che gli uomini in carne ed ossa e sentimenti, e non l’Uomo quale mero concetto metafisico, vivono sulla terra ed abitano il mondo. Uomini accomunati dalla medesima sorte di nascita e morte, tutti potenzialmente soggetti al bene quanto al male, alla salute quanto alla malattia.    Il medico abile, l’artista di questa poetica dell’azione, è colui il quale riesce nel tutt’altro che facile compito di conciliare l’intervento clinico con le aspirazioni dei suoi pazienti, colui che dal dramma della malattia riesce a trarre quella mistica bellezza che, in base all’insegnamento platonico, il Buono ed il Bene provocano naturalmente. Questi sono i fondamenti di quella serie di caratteristiche che raggruppiamo comunemente nel termine onnicomprensivo, ma molto dispersivo, di Etica.  Etica è un termine estremamente ago, sfuggevole ed alquanto confuso, infinitamente mutevole, nel tempo storico e nelle società che di volta in volta vi si alternano, e, giacché tenente conto di un consistente numero di fattori quali appunto il tempo, la società e la morale, soggetto costantemente a molteplici interpretazioni.  Generalmente, sotto il termine Etica (εθος) vengono raggruppate una serie di norme specifiche aventi il compito di dettare le linee guida dell’ agire secondo il bene ed il giusto:  il problema si pone appunto nel definire di volta in volta cosa sia bene e cosa sia giusto, caratteri altrettanto vaghi e non definibili una volta per tutte ed in maniera universale, perennemente sospinti dal vento della morale (che, abbiamo visto, a sua volta s’adegua di continuo a seconda del tempo, della società e del luogo in cui essa vige).  Non può darsi una morale universale e definitiva poiché essa dipende essenzialmente dagli uomini, costituzionalmente diversi gli uni dagli altri per loro stessa natura, il cui pensiero, le tendenze, le necessità ed i desideri, soggetti appunto ai fattori sopra elencati, imprescindibili, sono in perenne mutazione.  Nella quotidianità spesso si lascia l’Etica alla soggettività individuale, all’ opinione di ciascuno, come nel caso della credenza religiosa o dell’adesione ad un certo partito politico, consigliando solo di tanto in tanto un richiamo alla coscienza ed alla razionalità; le istituzioni stesse si mostrano inclini ad ammettere una pluralità di etiche diverse in nome della libertà di pensiero, parola e stampa cui i paesi democratici, dopo secoli di lotte, godono ampiamente. Ma esistono casi in cui non vi può esser spazio per l’opinione.  Casi particolari, e spesso spinosi, in cui una qualche regolamentazione dell’Etica, e dell’agire proprio confacente, è fondamentale. Casi particolari in cui occorre una universalizzazione normativa dell’insieme di regole prese in parte dall’ opinione, dagli interessi e dalle necessità dei singoli, ed in parte dal diritto positivo, ed assemblata ad arte al fine di ottenere un corpus organizzato uguale per tutti.  L’assenza di un’istituzione di tal specie può dar luogo solo ad un’anarchia etica, ossia ad uno stato in cui tutti possono tutto indiscriminatamente senza tener conto degli altri; e ciò non può esser tollerato, sia perché nessuno deve essere alla mercé di nessuno, sia perché un tal stato di cose porrebbe immediatamente fine alla tanto combattuta condizione di libertà.   La medicina, in tal senso, rappresenta un caso emblematico ed unico in sé in cui la regolamentazione dell’agire del medico è fondamentale, sia a tutela dell’interesse e del bene del paziente, privato della salute da eventi più grandi di lui ma non dei suoi diritti inalienabili, sia a tutela del medico stesso, non di rado travolto da situazioni particolarmente critiche che trascendono il proprio ruolo (come, ad esempio, nei casi di fine vita o di stato vegetativo del paziente).  La necessità di un codice comportamentale che fornisca al medico determinati parametri in base ai quali svolgere le proprie scelte, che limiti o ampli il suo raggio d’azione, diviene ulteriormente impellente fronte della vertiginosa evoluzione del progresso biomedico e biotecnologico cui stiamo assistendo in questi ultimi anni, gravido di nuovi interrogativi bioetici tutt’ altro c trascurabili.  Il cosiddetto giuramento di Ippocrate, che per secoli, ed ancora oggi, ha sancito l’impegno del medico ad adempiere al proprio dovere in qualsiasi circostanza non è più sufficiente da solo: il mondo della vita, in questa nostra età della tecnologia, si è fatto troppo grande e troppo complesso; e gli uomini, esseri di per sé tutt’altro che semplici, mondi unici e paralleli gli uni agli altri, lo sono diventati a loro volta.  Se l’Etica, da sola, in campo strettamente medico viene trovata mancante o insufficiente a prescrivere regole di condotta nel rispetto delle condizioni vigenti e degli individui, ed incapace nel prevedere casi futuri e fornir loro regolamentazione (facoltà necessaria al giorno d’oggi), allora essa deve essere supportata da norme ben definite da osservare con la medesima scrupolosità – e forse anche più – delle comuni leggi contemplate nel diritto positivo.  Questa Etica rinforzata è ciò che propriamente assume il nome di Deontologia, termine che in filosofia sta a significare «quello che deve essere» (in contrapposizione all’ ontologia, che indica più propriamente «quello che è»), e che in medicina, grazie alla definizione del filosofo utilitarista Jeremy Bentham [4], denota propriamente quell’ insieme di regole scritte derivanti da principi etici generali.  L’etica, sostiene Bentham, ha raccolto il nome più espressivo di deontologia. Definizione questa ritenuta appropriata a tal punto, a costituire pressoché una sorta di regola prima dell’agire medico, da esser stata investita del privilegio di entrare, nel 1998, nel Codice di Deontologia medica.  Bentham, come moltissimi altri prima di lui, non è che una goccia nel vasto impetuoso oceano che costeggia la tortuosa navigazione dell’uomo verso le lontane isole del Bene e del Giusto, delle quali non possiede altro che imprecise coordinate ma che non si stanca mai di cercare all’ orizzonte.  Una ricerca che partendo da Ippocrate, Dioscoride e Galeno, passando per Kant, Percival, Bentham e Roth, per giungere a noi con Silvagni e Frugoni, ancora persiste instancabile, spostando di continuo i propri limiti.  Ed è questo il privilegio dell’uomo, ciò che rende l’ azione, la ricerca ed il suo scopo ultimo, nonostante la loro perenne mutevolezza, forgiati d’ eternità.

 



 

[1]  Cfr. S. PATUZZO, Storia del Codice Italiano di Deontologia Medica.  Dalle origini ai giorni nostri, cit. pp. IX, Prefazione a cura di A. Bianco (Presidente FNOMCeO), (Edizioni Minerva Medica, Torino 2014) 

[2]  Cfr. H. ARENDT, Vita Activa. La condizione umana, [The Human Contition], (pubblicato negli Stati Uniti nel 1958 ed apparso in Italia nel 1964), capp. I, ¶ 1, cit.  pp. 7-10, traduzione a cura di S. Finzi, (Saggi Tascabili Bompiani, Milano 2009)  

[3]   Ivi, cit.  pp. 7

[4]  Cfr.  J. BENTHAM, Dentology, or the Science of  Morality in which the harmony and co-incidence of Duty and Self-interest, Virtue and Felicity, Prudence and Benevolence, are explained and exemplified, a cura di Longman, Rees, Orme, Browne e Green, (Edinburgh, William Tait, 1834),  citato da S. PATUZZO, Storia del Codice Italiano di Deontologia Medica.  Dalle origini ai giorni nostri, Parte Prima, capp. II (Deontologia, deontologia medica, codice di deontologia medica), ¶1 pp. 11,  (Edizioni Minerva Medica, Torino 2014)     

 
ultimo aggiornamento: 08-Ott-2015
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