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Riflessione tratta da:

Corsia n.6, Anton Cechov



  • Ludovica Ceolin (studente)

 

In Medicina sono sempre più le testimonianze letterarie raccontate da pazienti e da professionisti che ampliano la Medicina narrativa. Una raccolta di queste è il volume “Specchi di carta” curato della Professoressa Lippi. Tra i brani presenti quello che mi ha più colpito è l’estratto di “Corsia n.6” di Anton Čechov.

 Pubblicato nel 1892, il racconto interessa il lettore non solo perché è una chiara analisi, oltre che una denuncia della situazione sociale e culturale della società russa di fine Ottocento (malasanità, mancanza di strumenti per operare, malattie infettive incurabili) e della disumanità dell’Istituzione psichiatrica ma anche perché lo scrittore vi riversa, contemporaneamente, sia la propria esperienza di medico sia di paziente, cioè di malato tubercolotico.

    In Corsia n.6 vediamo come un medico diligente e stimato diventi un malato disperato ed entri in uno stato di profonda crisi spirituale. Il cambiamento psicologico del protagonista si avverte sin dalle prime battute, ed è indissolubilmente legato al cambiamento “fisico” che ricade su ogni paziente al momento dell’ingresso in ospedale: infatti, dopo esser stato ricoverato nella famosa corsia n.6, viene spogliato dei suoi abituali vestiti e gli viene imposta la “divisa dell’ospedale” che mal si adatta all’individuo e che non si adatta al paziente, ma è per sua stessa definizione uguale per tutti. L’abito uguale rende uguali e definisce, in questo caso, uno stato univoco, quello di malato. Si lascia al difuori la società dei vivi e si entra, spogliandosi dei propri comuni abiti, in una zona sospesa dove alla propria identità è sovrapposta quella di paziente. Chiunque tu sia, chiunque tu sia stato, adesso sei uno dei tanti pazienti. E i malati vengono trattati tutti allo stesso modo, mancando del tutto una terapia specifica e personalizzata per paziente.  Si assiste quindi ad una sorta di selvaggia omologazione che porta il malato a sentirsi spaesato e privo di riferimenti: spogliato dei propri averi e dei propri effetti personali, sprofonda in un luogo senza tempo dove altro non gli rimane che l’assenza dei suoni, il totale silenzio, l’angoscia delle pareti nelle stanze che lo comprimono. L’ospedale diventa non un luogo di cura e di speranza ma una tetra prigione dove medici, privi di ogni passione per il proprio lavoro, non credono nella scienza ed agiscono svogliatamente in modo meccanico.

    Il protagonista, Andrej Efimyc, non può che provare angoscia a stare in un luogo del genere: non trova pace, non riesce a riposare sul letto neppure per poco. Si sente in gabbia. Vorrebbe fuggire, ritornare alla vita, alla sua attività. Il medico-paziente sta male inoltre al pensiero che da lì a poco il suo ex paziente Ivan Dmitric si possa svegliare e lo possa vedere lì in quella veste.

    Paradossale e significativo questo ribaltamento di ruoli, che non solo tende a mettere in discussione una delle problematiche chiave della medicina moderna, ovvero il rapporto medico-paziente, ma sottolinea il sentire di un medico calato direttamente nelle vesti di un paziente con gravi problemi psichiatrici.

   Interessante e stimolante risulta la patologia presentata anche in rapporto all’evoluzione del personaggio.  La pazzia in Dmitric si manifesta principalmente attraverso la sua mania di persecuzione, in un continuo parallelismo e in una continua alternanza tra razionalità e follia fino a quando non decide di abbandonarsi e di arrendersi definitivamente a quest’ultima. 

 

La pazzia viene vista in questo contesto storico come una patologia che il medico non è in grado di curare e di gestire motivo per cui si tende ad allontanare ed a emarginare colui che ne è affetto.  Il medico così strutturato, istruito ed educato non è però in grado di accorgersi di questa sua mancanza, ne viene a conoscenza solo quando subisce, in una sorta di gioco, lo stesso destino, solo quando i ruoli si ribaltano e da medico si ritrova a paziente. Allora e solo allora può comprendere la sua mancanza, il suo errore avendo toccato con mano. E in questa catarsi, in questo tragico ribaltamento avviene una sorta di “evoluzione” da medico a paziente.  E sii tratta effettivamente di una “evoluzione” in quanto il medico divenuto paziente è ora in grado di rendersi conto ciò che subisce il malato, come egli si senta spaesato e come vi sia totale assenza di rispetto nei confronti di un altro esser umano in difficoltà. 

   Dal momento che la figura del medico è influenzata dal contesto storico, ciò che colpisce il lettore e in particolar modo lo studente del corso di Medicina e Chirurgia, è il fatto che questa realtà sia effettivamente esistita ed accaduta in tempi non troppo lontani dai nostri. E’ importante quindi oggi giorno ripristinare e ricercare il rapporto umano tra medico e paziente: qualunque sia lo stato del paziente e qualunque sia la sua patologia è necessario ed indispensabile che il medico si interessi della totalità delle problematiche del malato, che cerchi di immedesimarsi nel suo essere uomo malato e che pur con la necessaria distanza diventi una figura di riferimento e di conforto. Del resto già Ippocrate aveva posto I' attenzione al malato nella sua interezza, guardando alla malattia e alle sue motivazioni più profonde. Lo sforzo scientifico del medico, allora come ora, deve quindi volgersi a ricostruire la storia personale del paziente attraverso un'anamnesi, che possa fungere da base per intervento proiettato nel futuro, alla ricerca di quella cura che abbracci la totalità dell’essere e che toccando anima ed il corpo conduca alla prognosi più fausta.

 
ultimo aggiornamento: 08-Ott-2015
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