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SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana
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Riflessione sul rapporto Medico-Paziente




  • Andrea Grasso (studente)

 

“L’arte si compone di tre termini: la malattia, il malato, il medico. Il medico è al servizio dell’arte; il malato aiuta il medico a combattere la malattia”: così Ippocrate si pronuncia sulla missione del medico, che con la sua arte fa fronte alla patologia. Dall’enunciato ippocratico è evidente l’essenzialità della συμπάθεια che si deve instaurare tra medico e paziente, fautori di un fronte comune contro il νόσος. Ora, questo aspetto religioso della missione clinica (non a caso il medico era definito “ἰατρὸς ϕιλόσοϕος ἰσόθεος”) che ha accompagnato la storia della Medicina sin dagli albori, si pensi a Podalirio e Macaone, figli addirittura del dio stesso Esculapio, col procedere dei secoli, ha ceduto il passo ad un nuovo aspetto più tecnico del sapere medico. Scompare, pertanto, quel legame indissolubile tra patiens e medicus, portatore, vedremo poi per quali motivi, di una scienza dunque utilitaristica, volta all’aumento del proprio successo. Paradigma di questa condizione è la figura del dottor Vocalòpulo, presente in una storia delle Novelle per un anno di Pirandello: “negli infermi sotto la sua cura egli non vedeva uomini ma casi da studiare […] quasi che le infermità umane dovessero servire per gli esperimenti della scienza”. Il fine palese non è tanto la salute del paziente (addirittura “i suoi tentativi, l’uno più nuovo e più ingegnoso dell’altro (sono) finora però riusciti vani”), quanto l’accrescimento della propria immagine iatrica (“si era costruito così una grande reputazione”), quasi che la Medicina sia per lui “instrumentum regni”. Si instaura un “muro”, dettato dalla conoscenza nel campo, di cui tratteremo successivamente in modo più specifico, alla quale il paziente non può contribuire in alcun modo: i chirurghi chiamati per un consulto sulla malattia di Mastro don Gesualdo “volgevano solo qualche occhiata distratta sull’ammalato” (Giovanni Verga, Mastro don Gesualdo). Egli non è più quindi parte attiva del processo curativo come sosteneva per converso il dogma ippocratico, bensì un mero oggetto alla mercé del tecnico professionista.

I due testi che, a mio avviso, stigmatizzano più di altri questa “malattia” radicatasi all’interno dell’arte medica medesima sono Paula di Isabelle Allende e Un altro giro di giostra di Tiziano Terzani. Nel primo si assiste alla lotta antitetica tra l’amore materno che veglia sulla figlia, in coma a causa della porfiria, e la fredda e distaccata disciplina del sapere specialistico dei medici ospitalieri, rappresentata dallo “specialista in porfiria, più interessato alle provette”, a cui si contrappone isolato il neurologo, “unico medico che non sembra insensibile all’angoscia di noi che passiamo la giornata nel corridoio dei passi perduti”. La speranza della madre, dietro alla quale si cela però una disperazione umana, contraddice gli analitici responsi dei medici che manipolano la paziente “senza alcun rispetto” e che hanno maggior cura delle cartelle cliniche rispetto alla ricoverata stessa. Analogamente, nell’opera terzaniana, si palesa l’incapacità da parte dell’assistito di comprendere ciò che viene compiuto dai medici. Si perde l’obiettivo vero del curante; l’oggetto, in altri termini, non è più “l’io come persona quanto la mia malattia”. È venuto meno il rapporto paterno di fiducia reciproca tra i due angoli essenziali del triangolo di Ippocrate, ridotto ad interesse per la sola “immagine che […] compariva sullo schermo del computer”. Siamo giunti ad individuare il maggior catalizzatore di questo sempre più sostanziale divario tra medico e paziente, che è, ironicamente, il processo di sviluppo delle conoscenze e degli strumenti stessi. Sebbene anche nell’Antichità la perizia specialistica fosse destinata prettamente all’élite iatrica, come è del resto esplicato nel giuramento ippocratico, che prevede la costituzione di un  κῆπος, di una casta, il rapporto era comunque fondamentale. Con il progredire delle innovazioni tecnologiche, qualcosa è irreparabilmente mutato. Ciò che precedentemente faceva il medico è adesso compiuto da macchinari che prevaricano sulle singole potenzialità del curante: “le impressioni del paziente sono inutili e le immagini, le cifre, i tracciati sfornati dalle macchine nei vari esami sono molto più affidabili”. È inequivocabile che lo sviluppo tecnologico sia di vitale importanza (“La macchina aveva saputo molto prima e molto meglio di me come stavo”), ma sarebbe, tutto ciò, di gran lunga più apprezzabile se non riducesse olisticamente il paziente ad un caso particolare “interessante” prettamente per i morbi a suo carico. Per la Medicina moderna appare difatti non necessaria l’emotività del malato, sin troppo soggettiva; si ha così lo sminuire della portata effettiva dell’arte medica: se il fenomeno è tutto quello che viene preso in considerazione, e di conseguenza l’aspetto noumenico è totalmente trascurato, l’enunciato di Ippocrate crollerà su se stesso in favore di un mestiere cieco che esamina i “pezzi”, non l’uomo.

Com’è possibile, dunque, da parte di noi aspiranti medici riuscire ad acquisire quella coscienza di paziente come uomo ormai spesso perduta? Per rispondere mi sento in dovere di recuperare un passo da La Peste di Albert Camus, che pesantemente ha influito nella mia personale scelta: nell’appestata città di Orano, in quello che è un vero e proprio teatro dell’“aspra tragedia de lo stato umano”, si esalta l’agire disinteressato di alcuni personaggi, tra cui il dottor Rieux e il giornalista Tarrou. “Io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo, questo mi interessa”: a mio avviso, proprio tale affermazione indica il ruolo che la Medicina deve recuperare, quello di valorizzare l’uomo nella sua finitezza e totalità; di rendersi, insomma, portavoce di un vero e autentico amore disinteressato.

 
ultimo aggiornamento: 08-Ott-2015
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