Salta gli elementi di navigazione
banner
logo ridotto
logo-salomone
SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana

Riflessione




  • Marco Geddo (studente)

 

Lo studente di medicina, sin dal test di ingresso, ha dovuto privilegiare una preparazione di assoluta scientificità, studiando biologia, chimica, fisica, matematica, rilegando a un ruolo marginale, ma possiamo anche dire nullo, la componente umanistica, come se scienza e letteratura fossero due universi separati, incapaci di comunicare. A mio avviso, con il corso di Storia della Medicina questa dicotomia si è annullata, diventando un binomio inscindibile. “Tra la medicina e la letteratura corse sempre amicizia”, affermava Carlo Dossi, ma ancor prima Platone parlava di “scrittura come φάρμακον”; così oggi, accanto all’EVIDENCE BASED MEDICINE, la medicina basata sulle evidenze, si è sviluppata la NARRATIVE BASED MEDICINE, come strumento necessario per meglio comprendere il rapporto medico-paziente, al pari dei sintomi clinici e della malattia stessa. La lettura di “Specchi di Carta” mi ha catapultato in una nuova dimensione, rendendomi, pagina dopo pagina, spettatore di un mondo diverso, il cui protagonista non era un “io”, ma un “noi”. Al centro del libro è posto, infatti, il rapporto medico-paziente. Un rapporto che troppe volte è stato sottovalutato, messo in discussione e calpestato in nome di una “superiore esigenza” di oggettività, di scientificità e di pragmatismo. In un’epoca in cui la medicina ha raggiunto i livelli più alti di tecnicismo e di efficacia, si assiste parallelamente a un progressivo fallimento del suo compito primario: assistere il malato e alleviare le sue sofferenze. La causa dell’allontanamento progressivo tra medico e paziente è individuato nello stetoscopio, il primo strumento a frapporsi tra loro, “metonimia” dell’incapacità di capire e ascoltare. Gradualmente, infatti, il medico ha spostato la sua attenzione dal malato alla malattia, ha modificato le interazioni cliniche, il modo di comunicare, di raccogliere l’anamnesi. Ha ridotto il rapporto ad una semplicistica quanto drammatica “presenza-assenza” della malattia, dimenticandosi, di fatto, che oltre a un “che cosa”, c’è un “chi”. In “Specchi di Carta”, in particolare in un passo preso da “Paula”, romanzo dedicato alla figlia della scrittrice cilena Isabel Allende, si percepisce il dolore, la paura, la sofferenza, “la solitudine del morente”, per dirlo con il titolo del famoso saggio di Norbert Elios, a cui va incontro la persona malata. “Sembra più intento a imbastire le statistiche del suo computer e del suo laboratorio, che al tuo corpo crocifisso su questo letto”, dice la madre di Paula riferendosi al medico.
Un altro esempio denso di significato di questa medicina anaffettiva, algida e distaccata viene dal suggestivo libro di Tiziano Terzani, “Un altro giro di giostra”. L’autore è malato di cancro e si reca in uno dei centri di assoluta avanguardia per farsi curare. Nulla ha da eccepire per quanto riguarda la preparazione scientifica, ma non è dello stesso avviso per quella umana. “Il medico che nel corso di uno di questi esami scoprì il terzo cancro […]sapevo che era una donna e che aveva i capelli rossi, ma non potei né ringraziarla né darle un soprannome […]. Lei non ebbe bisogno di toccarmi, di parlarmi, di chiedermi come mi sentivo”.
Oltre alla letteratura anche la cinematografia ci fornisce esempi di medici presenti fisicamente, ma “assenti” emotivamente. Questo è il caso del film “Un medico, un uomo” in cui il protagonista, un dottore di successo, ritiene che il compito del chirurgo sia “entrare, aggiustare e andarsene” perché la “chirurgia implica un giudizio e per giudicare bisogna essere distaccati”. Nel corso del film il medico subirà una vera e propria metamorfosi a causa di un tumore, che lo porterà a non considerare più i pazienti come numeri, ad esempio “terminale 17”, ma come persone.
In un’epoca di narcisismo e di nuovo “superomismo”, il medico deve essere ancora più uomo al servizio degli altri e non un “simulacro prezioso” di conoscenze elitarie. Seneca diceva: “Se mi fosse concessa la sapienza a condizione di tenerla chiusa in me senza trasmetterla ad altri, rifiuterei: non dà gioia il possesso di nessun bene, se non puoi dividerlo con altri”. E’ necessario riportare il soggetto umano al centro del quadro, approfondire la sua storia, sino a farne una vera storia, un racconto: solo così avremo di fronte l’individuo, dal latino “individuus”, inseparabile, e non la persona malata (“vulpes ad personam tragicam”).

Si deve abbandonare quella visione iatromeccanica del corpo umano, tanto cara ad Alfonso Borelli, secondo cui il corpo umano è un insieme di ingranaggi e la malattia solo un guasto meccanico, per passare a una concezione più umana. Perché se è vero che “la macchina non mente”, come dice Pennac nel suo libro, “La lunga notte del dottor Galvan”, è altrettanto vero che non c’è soddisfazione più grande della consapevolezza di aver operato bene verso un paziente, “attraverso il sonno e il sudore che mi velavano gli occhi vidi la faccia delle ostetriche e una di loro mi disse: ha operato splendidamente” (“Ricordi di un giovane medico” di Bulgakov).
Il medico deve quindi “sapere”, “saper fare”, inteso non come πράττ, bensì come ποιεῖν, l’agire guidato dalla σωφροσύνη e non solo dall’esperienza e dal ragionamento tecnico e “saper essere”. Il filosofo Cabanis si era già espresso in questo senso due secoli fa: “Il medico deve superare il suo sapere teorico e deve affidarsi al suo sapere pratico, identificandosi con il malato”.
Il paziente che chiede aiuto non cerca solo competenza professionale, ma comprensione, capacità di ascolto, rassicurazione, tatto e quell’umanità che non si impara sui libri di scuola.
Su queste esigenze, il medico deve creare una sinergia, una collaborazione, “un’alleanza terapeutica” e per farla deve guardare il paziente, ancor prima che con un occhio clinico, con uno antropologico. Alla base di tutto ciò c’è la parola, che può essere oscura, incomprensibile, ermetica per i profani della medicina (come ho potuto constatare dal libro “I medici e le parole”), ma al contempo può essere strumento per entrare in relazione con l’altro.
Così facendo la stessa anamnesi può diventare un ”suonare un pianoforte a quattro mani, l’uno senza l’altro non raggiunge la perfezione”, e non più una successione scarna di formule sbrigative.
Il medico deve parlare con le persone non alle persone, deve prendersi cura (to care) prima ancora di curare (to cure), deve considerare il paziente “amicus” non “empator” (De beneficiis di Seneca).
Concludo ricordando una frase del celebre film “Patch Adams” che racchiude perfettamente, secondo me, quello che dovrebbe essere il compito di ogni medico: “Se si cura solo la malattia si può vincere ma si può perdere, se si cura il malato, si vince sempre perché comunque lo si aiuta anche se dovesse restare malato o morire”.

 
ultimo aggiornamento: 08-Ott-2015
Unifi Home Page

Inizio pagina