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SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana
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Riflessione tratta da:

Prima lezione di medicina, Giorgio Cosmacini




  • Francesco Frongia (studente)

 

Partendo dalla concezione platonica che mente e corpo siano strettamente collegati, la guarigione non si può ridurre semplicemente alla scomparsa della malattia, intesa come alterazione dell’organismo (in inglese disease); un medico competente e disponibile deve puntare al raggiungimento del benessere totale, che tiene conto anche dell’aspetto più soggettivo della malattia (illness), cioè lo stato di sofferenza, di disagio e depressione, di disorientamento del malato di fronte alla disgrazia. Ogni paziente desidera essere un soggetto attivo, vivo, presente durante il corso della terapia. Il problema è che, oggigiorno, il malato tende inevitabilmente a scomparire, a diventare nient’altro che il campo nel quale il medico osserva fenomeni, verifica leggi, ritrova ciò che è stato già previsto da un sapere teorico. Il malato viene soppiantato dalla sua malattia, di cui risulta soltanto il “portatore”. La soggettività del paziente (assieme alle sue impressioni, sensazioni, pareri...) scompare progressivamente con una conseguenza drastica: la spersonalizzazione della relazione con il malato (“I medici che escono oggi dalle nostre università pensano in termini di malattie, non di malati. Il paziente è il portatore di un male” scrive Terzani in “Un altro giro di giostra”). Un tale approccio medico, esclusivamente tecnologico e specialistico, non permette di raggiungere una completa guarigione e ha portato ad un allontanamento sempre più marcato tra medico e malato.

Come fare allora per ricucire questo strappo? Cosa deve fare un buon medico per non essere un semplice pharmakeus?

Nel mondo classico troviamo la figura del medicus gratiosus, del medico amico/confidente: i suoi valori di riferimento erano humanitas e misericordia, consapevole che la medicina non è una scienza esatta. Il rapporto medico-paziente deve prepotentemente riappropriarsi di questo approccio filantropico ed empatico per raggiungere cooperazione e fiducia, due ingredienti essenziali ai fini della cura come sostenuto da  Galeno.

Il medico deve andare al di là della pratica, avventurarsi nella parte più profonda, intima, spirituale del paziente ed esplorare un orizzonte a lui ignoto, mosso dalla curiositas latina, un vocabolo che deriva da cura e che suppone quindi un interesse appassionato e non banalmente curioso, superficiale o eccentrico.

In quest’ottica Giorgio Cosmacini distingue, riguardo alla guarigione, l’aspetto terapeutico che si riferisce all’esercizio tecno-pratico della terapia (to cure, che porta allo”stare bene”) e l’aspetto dell’esercizio pratico dell’aver cura e premura (to care, che giunge al “sentirsi bene”), necessario a colmare lo stress, il disorientamento e il bisogno di rassicurazione del paziente dal momento in cui è stata diagnosticata una qualche malattia.

Per rafforzare l’argomentazione mi sembra opportuno citare alcuni versi della canzone “La cura” di Franco Battiato:

“Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi di umore, dalle ossessioni delle tue manie… Ti solleverò da ogni malinconia… e guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed io avrò cura di te”.

 
ultimo aggiornamento: 08-Ott-2015
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