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SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana

Storia delle parassitosi nelle zolfare di Sicilia

R. Malta, 2013,

Storia delle parassitosi nelle zolfare di Sicilia, Rivista di Storia della Medicina, Anno XXIII

Supplemento al fascicolo 2, luglio-dicembre – Accademia delle Scienze Mediche di Palermo – Plumelia

Edizioni, Bagheria, pp. 128.





Che sono le radici che s'avvinghiano, che rami crescono da queste pietose rovine? Figlio dell'uomo,tu non puoi dirlo, né indovinarlo, perché conosci soltanto un mucchio di immagini frante, dove il sole batte, e l'albero morto non dà riparo, né il grillo sollievo, e l'arida pietra non dà suono di acqua. Soltanto c'è ombra sotto questa roccia rossa […]. Ti mostrerò la paura in un pugno di polvere.

T. S. ELIOT, La Terra desolata, (La sepoltura dei Morti)



Breve storia di una medicina di frontiera. La guerra batteriologica nelle zolfare

L'amara vita nelle miniere siciliane abbiamo imparato tutti a conoscerla, bene o male, attraverso le tristi vicende di Rosso Malpelo. Un bambino lavoratore, e per giunta maltrattato dai suoi colleghi adulti per la sola ragione d'avere i capelli del colore sbagliato, non può non commuovere e smuoverci all'indignazione; e se a questo si aggiunge le ostilità familiari cui il piccolo minatore è fatto oggetto, dalla madre alla sorella che lo ritengono in qualche modo colpevole delle sciagure che si abbattono sulla loro casa, e la tragica perdita del padre, il solo ad avergli mai mostrato un po' di affetto, l'indignazione si trasforma in rabbioso dolore e, senza mediazione, in disprezzo. Gente ignorante e gretta, radicata su antiquate superstizioni, inselvatichita dal duro lavoro, dagli stenti e da inumane condizioni di vita, ripudiate dalla luce del sole che col tempo ha finito per far emergere in loro la stessa oscurità d'animo delle miniere. È presumibile che Verga, scrivendo questa cupa novella, conoscesse in quale terribile stato i minatori siciliani fossero costretti a lavorare, e le sue parole, benché caratterizzate da un freddo distacco rispetto alle vicende narrate, spurie di giudizi personali ed impressioni, sono palesemente un'aspra denuncia contro quel sistema perverso laido specchio della propria epoca e della propria terra, divisa in due distinte metà: la bellezza sconfinata di una terra florida baciata dal mare e dal sole culla della dinastia borbonica, da una parte, contrastata da una povertà abietta e rassegnata che s'adagia passivamente sull'ingiustizia, la speculazione e la criminalità che la fanno da padrona, dall'altra. Un Giano Bifronte, la Sicilia, una terra splendida ma crudele. È presumibile che Verga guardasse con occhio pietoso ed amareggiato il bestiame della povertà che sfilava muto ed indolente lungo giorno tutti uguali, ammassati gli uni sugli altri, come le pesanti rocce che i poveri solfatari sulle proprie gambe malferme trasportavano da mattina a sera, gli occhi svuotati di speranza e di aspettative che guardano trepidanti alla sera. E forse, in siffatta maniera, contribuì in una qual certa misura affinché «strappando un grido di dolore nei convenuti per e torture inflitte ai solfatari, unanime si alzò la voce per reclamare una più savia ed oculata loro protezione1». Forse. Ma è assai più probabile che i resoconti di Verga in materia fossero perlopiù frutto di cose che tutti sapevano, voci diffuse che saltellavano di bocca in bocca e tuttavia non volevano essere ascoltare veramente, e che non conoscesse pertanto, se non per approssimazioni, la reale situazione che si consumava nel buio delle gallerie sotterranee che attraversavano come serpenti abnormi a più teste l'assolata terra di Sicilia. Ci sono cose che, a dispetto delle apparenze, non vogliono essere viste; cose che si preferisce lasciare nell'ombra, dove lo sguardo non può raggiungerle. Laggiù, in quelle catacombe di vivi mezzi morti, vi erano nemici più piccoli e ben più subdoli dei ricchi padroni fautori della propria fortuna sulla disperazione altrui e degli speculatori edili occupati ad intrattenere ottimi affari a spese della salute delle persone, nemici invisibili ma non perciò meno pericolosi; nemici conosciuti più comunemente col nome di batteri, e che, nello specifico, trovarono forma in patologie quali la malaria e l'anchilostoma, che il solo nominarle provoca terrore ed angoscia. Alla lotta per la sopravvivenza contro gli stenti e le deformazioni fisiche, inevitabili conseguenze di un lavoro ai limiti di ogni umana sopportazione, s'aggiungeva quindi per quegli uomini, dimentichi di sé e d'ogni prudenza, la guerra a malattie spesso invalidanti, se non mortali. Malattie che non potevano non ripercuotersi sul lavoro e sulla conduzione dell'economia familiare, già precaria, essendo costretti dal morbo a riposo forzato in luoghi di recupero, lontani dalle miniere e da giornate di – magro – guadagno. Il panorama che emerge dalla storie delle zolfare siciliane post unitarie è fin troppo, drammaticamente, chiaro fin dalle prime battute del libro di Malta: luoghi di morte e deperimento più che di lavoro, indifferenti non tanto ad ogni precauzione igenico-sanitaria, quanto piuttosto alla vita umana ed al suo autentico valore; e tuttavia, seppur in mezzo a tanto dolore e disperazione, necessarie come acqua ed ossigeno, essendo le sole risorse lavorative per interi gruppi familiari che altrimenti non avrebbero avuto altro in sorte che attendere inesorabilmente la morte per inedia. Le zolfare, infatti, «furono occasione di morte per traumi e malattie, ma anche luogo di vita e di sopravvivenza per il pur misero guadagno che si racimolava», e perciò luogo di «riscatto economico per chi si affacciava al lavoro», anche se a volte «si trasformavano in occasioni di depravazione ed umiliazione sociale2»; e la cosa peggiore, la più atroce, è che «tutti sapevano!»3 Abusi e maltrattamenti erano all'ordine del giorno, protetti della solita densa cortina di omertà che spesso, troppo spesso, costituisce un comodo rifugio. Ma un piccolo lieto fine, o un simulacro di esso, si paventa in lontananza a riscatto della triste storia delle zolfare. Un lieto fine che non si preannuncia con il solito «e vissero per sempre felici e contenti», ma semplicemente con un «e vissero»: la vita di per sé, in quei luoghi di disperazione, era già un eccellente traguardo. Un lieto fine che fu possibile grazie ad eroi improvvisati senza maschera costume, armati non di super poteri ed armi forgiate dagli dei, ma di idee, buona volontà, autentico spirito di mutuo soccorso, rimedi farmaceutici e, soprattutto, tanta autentica compassione, la stessa che dovrebbe emergere spontanea negli uomini di fronte ai loro simili sofferenti. Medici fedeli non solo al Giuramento prestato, ma fedeli a quella natura di umana partecipazione che spesso circostanze particolarmente estreme fanno dimenticare. Per anni malaria ed anchilostomiasi si appropriarono di vite umane, aggiungendo dolore al dolore, ma ad ogni piccolo passo avanti nella guerra contro morbilità e mortalità i medici di frontiera schierati in prima linea in questa guerra resero il loro compito sempre più difficile, fino a troncarlo del tutto proclamando la vittoria dell'uomo sulla malattia. Alfonso Giordano (1843-1915) ed Ignazio Di Giovanni (1871-1939) sono solo due dei grandi protagonisti di questa aspra lotta, due nomi cui è legata la salvezza di migliaia di vite umane. «Il medico non deve essere più un meccanico scrittore di formule, un freddo osservatore di infermi, uno studioso scettico e scolastico, lontano dalle lotte politiche ed economiche, restio alle conoscenze della vita sociale, chiuso alle più legittime aspirazioni delle classi meno abbienti – che sono quelle ove più tumultuosamente pulsa la sofferente anima umana – ma deve essere un conoscitore paziente e premuroso di tutto l'ingranaggio sociale, un vigile acute e intelligente di tutte le manovre praticate dagli uomini e dalle classi, dalle autorità e dai governi […] La medicina evolve ineluttabilmente, come evolvono tutte le scienze, come evolve l'arte, la letteratura, come evolvono tutte le classi, e tutti i governi4». Pertanto, la medicina non può che seguire «il cammino degli uomini e deve naturalmente corrispondere alle idealità dei nostri tempi5». Riforme legislative, organizzazioni sanitarie ufficiali (come la CRI) impegnate nel lavoro di supporto ed assistenza dei malati, campagne di profilassi e bonifiche dei territori facilitarono notevolmente il compito d questi medici di frontiera, contribuendo in maniera fondamentale alla vittoria di una guerra sulla quale nessuno, all'epoca, avrebbe scommesso un soldo bucato. Parafrasando una ben nota frase entrata nell'immaginario comune con la dirompente forza che merita, ogni piccola vittoria per l'uomo è una grande vittoria per l'umanità.

 
ultimo aggiornamento: 08-Ott-2015
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