Salta gli elementi di navigazione
banner
logo ridotto
logo-salomone
SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana

Peste. Il flagello di Dio fra letteratura e scienza

C. Geddes Da Filicaia e M. Geddes Da Filicaia, 2015,

Peste. Il flagello di Dio fra letteratura e scienza,

Centro di documentazione per la Storia dell'Assistenza e della Sanità Fiorentina con il contributo della Regione Toscana – Biblioteca di Medicina e Storia, 13 – a cura di E. Ghidetti e M. Geddes Da Filicaia

Edizioni Polistampa, pp. 618.





I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. […] Il flagello non è un commisurato dell'uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà.

ALBERT CAMUS, La peste



Una cronaca poetica della «morte nera»

Ogni malattia di cui si abbia testimonianza, quale che sia la sua natura, possiede una propria storia diversa da qualsiasi altra e contempla, in vari ruoli, i propri protagonisti. Ogni malattia viene resa oggetto di interpretazione, ed a volte diventa simbolo di un'epoca non meno dei costumi e della cultura vigenti. Ogni malattia è un caso particolare, un racconto in cui la scienza viene intrisa profondamente di sentimenti, percezioni e sensazioni appartenente all'ordine naturale delle cose, come il cielo, il mare e tutte le cose belle che possiamo contemplare nella loro struggente magnificenza. Un incontro, quello con la malattia, al quale ciascuno di noi è destinato. Un incontro al quale nessuno può sfuggire o ambire a farlo. Certo, accettare questo mostro terrificante latore di dolore e pena fra le cose che rientrano nella sfera del quotidiano, accanto alle mille e più meraviglie che le appartengono, al di là del forte ovvio contrasto che viene naturalmente a crearsi, non è qualcosa che si è sempre disposti a fare; e non tanto per il timore di caderne vittime a propria volta, quanto soprattutto per il timore che la malattia giunga per strapparci gli affetti e le persone più care, la cui assenza annichilisce più della morte stessa. Orrore intessuto all'orrore, ed a sua volta legato stretto col dolore più schiacciante. Ma è proprio nell'orrore e nel dolore, e nell'orrore che deriva da questo, che l'uomo mostra la propria grandezza e forza capaci di liberarlo da entrambi; e nulla più dell'arte e della scienza, nate dall'unione di immaginazione ed intelletto, sono abili in questo. Sulla malattia sono state scritte alcune tra le più belle opere letterarie che abbiamo avuto la fortuna di avere. Opere che suscitano in noi quei teneri e struggenti sentimenti che ci consentono di riconoscerci nei personaggi coinvolti nelle vicende che si susseguono, quale specchio dell'uomo in carne ed ossa e della sua sofferenza dove, attraverso la malattia ed in virtù di essa, viene appianata ogni differenza. Dall'esperienza della malattia e l'uomo, e solo l'uomo, nelle sue mille sfumature, che emerge. E nessuna, più della peste, la terribile «morte nera», ha stimolato l'immaginazione ed unito gli uomini sotto un unico vessillo: la paura della morte e l'orrore che lo precede. La letteratura offre una vasta gamma di opere straordinarie aventi come tema la peste, vere e proprie cronache dei terribili giorni della pandemia mascherate dietro l'opulenza del linguaggio poetico e ricercato: dal Decameron di Boccaccio, cronaca della peste che colpì Firenze nel 1348, dove alla tragedia della morte si aggiunge la crudeltà che spesso gli uomini stretti in condizioni estreme possono manifestare nei confronti degli altri, perfino degli stessi familiari, ma «era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne' petti degli uomini e delle donne, che l'un fratello l'altro abbandonava e il zio il nepote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e, che maggior cosa è e quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano1»; ai Promessi Sposi di Manzoni, che ha come sfondo l'epidemia che si abbatté su Milano nel 1630, dove in mezzo a tanta incommensurabile disperazione riescono ancora a trovare sazio atti di incondizionata pietà e misericordia, mirabilmente riassunto nella figura del monatto che sposta un cadavere dal carro perché la madre possa adagiare la figlia morta come se dovesse metterla a letto. Le condizioni estreme possono tirare fuori dall'uomo o il meglio o il peggio, e, in entrambi i casi, ciò diventa materia per sublimi opere d'arte. Esistono tuttavia anche una vasta gamma di opere che fanno riferimento a epidemie mai verificatesi, come La maschera della morte rossa di Poe o La peste di Camus; ma non meno delle cronache letterarie e dei documenti ufficiali di eventi realmente accaduti, anche in queste paradigmatiche finzioni è sempre l'uomo ad emergere, pregi e difetti, nobiltà e codardia. La peste è entrata nella cultura popolare in tutte le forme possibili ed immaginabili, facendoci tremare e commuovere, stimolando la fantasia e dando vita ad una nutrita simbologia che va dagli scheletri a cavallo di Peter Bruegel2 e simili, agli appestati sofferenti e deturpati curati da mani pietose in attesa di un miracolo3. Ma la malattia, e nella fattispecie la peste, viene spesso interpretata come il risultato di colpe da espiare, punizioni gettate contro gli uomini da volontà loro superiori per spurgare le anime corrotte da malefatte e peccati. Dio inviò sul popolo d'Egitto sette terribili piaghe per punire la superbia del faraone che si ostinava a tenere prigionieri e schiavi gli ebrei nella propria terra, e fra queste vi fu anche la malattia, la cui sintomatologia (pustole e bubboni) ricorda molto la peste. Nell'Edipo Re di Sofocle accade qualcosa di simile. Qui, troviamo fin dal primo atto la città di Tebe stretta nella morsa dilaniante di una terribile epidemia cui sembra non esserci rimedio, volta alla depurazione delle colpe mortali commesse – seppur senza esserne cosciente – dal suo stesso re, ignaro figlio della donna che ha sposato ed uccisore del precedente re che non sapeva essere il suo vero padre; l'orrore del matrimonio incestuoso e del patricidio ricade, per riflesso, sull'intero popolo tebano, e non può che essere lavato con la morte ed il supplizio. Le anime corrotte dalle colpe e dall'esecuzione di azioni tremende trovano la loro purificazione nel diffondersi equo della malattia, che non tiene di conto di status sociale, età e sesso, affliggendo tutti indistintamente. E se nei culti pagani e nelle religioni più diffuse del mondo antico, sia in Occidente che in Oriente, la malattia veniva interpretata quale sorta di atto redentorio, nel mondo Cristiano essa assume un'importante forma di catechesi, un cammino spirituale ancor prima che terapeutico volto alla liberazione dei peccati commessi. In entrambi i casi, la malattia si abbatte sugli uomini perché è la loro natura, notoriamente imperfetta, ad essere costituzionalmente difettosa, e pertanto intrinsecamente colpevole e dunque inevitabilmente soggetta a ricadere sotto l'influsso della malattia. E quale peggior colpa grava sull'uomo se non quella data dall'esser nati? Il dolore e la morte sono solo dirette conseguenze dell'essere emersi alla vita, tutte parti strettamente e sottilmente legate costituenti l'ordine naturale delle cose in un equilibrio perfetto quanto delicato che noi, esseri umani, con la nostra esistenza abbiamo infranto. La colpa dell'uomo sta nell'essersi, ingenuamente, creduti eterni ed immuni dagli influssi della natura e dai suoi effetti più reconditi. L'uomo, quella strana, bizzarra ed a tratti grottesca creatura che d'eternità s'arroga il vanto4. Un'arroganza che non conosce limiti né timori, che si spinge a credere, asserisce Lucrezio nella sua critica allo Stoicismo ed a tutte quelle pseudo filosofie che si reggono sul presupposto del cosiddetto finalismo eterno, esser stata la luce creata affinché gli occhi potessero coglierla: un errore del quale gli uomini non si accorgono, o non vogliono accorgersi, e perciò stanno male e soffrono giacché nulla arreca più dolore della paura stessa del dolore. Occorrerebbe invero, per porre fine a tali inutili tormenti, accettare la sostanza finita ed imperfetta dei corpi mortali, e con essa accettare l'inevitabilità del loro corrompersi, dell'andar soggetta alla malattia, fenomeno puramente naturale, legato al mondo fisico delle cose che nulla a che fare col trascendente, né con presunti peccati, colpe ed espiazione. La malattia, in Lucrezio, ha essenza essenzialmente fisica, appartenente al mondo fenomenico degli eventi ed al loro casuale accadere, priva di qualsiasi derivazione divina, avente cause rintracciabili all'interno della natura delle cose e non come atto di purificazione dell'anima. «E se ti tieni ben presenti queste scoperte, natura ti appare libera, d'improvviso priva di padroni superbi, mentre realizza ogni cosa essa stessa, spontaneamente, senza gli dei5». Aiutandosi a vicenda, arte e scienza contribuiscono a liberare l'uomo dalla paura e dal dolore, lo spingono nobili azioni innalzandolo ad un livello dell'esistenza superiore, perché nessuna vita, nessun tormento e nessuna morte cada invano nel silenzio assordante dei secoli che obliano la memoria.

 
ultimo aggiornamento: 08-Ott-2015
Unifi Home Page

Inizio pagina