Salta gli elementi di navigazione
banner
logo ridotto
logo-salomone
SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana

Riflessione tratta da "Paula" di Isabella Allende

  • Letizia Malucchi


Penso che in nessun brano come in questo emerga in maniera così sconcertante la difficoltà dell’essere un buon medico; nella medicina moderna sempre più spesso si arriva in quel limbo tra la vita e la morte in cui il male non può più essere alleviato da nessun medicinale o terapia. E’ il caso della giovane figlia di Isabella Allende, che con la sua malattia porta i suoi parenti ad affondare in un vortice di dolore inafferrabile e insondabile, di quel dolore che non tace con la morfina, che non tace con le statistiche né con le evidenze del mondo scientifico. Io non so se questo dolore possa trovare giovamento nella NBM (Narrative Based Medicine) propostaci in questo corso, ma evidentemente se la madre Isabella ha deciso di raccontare questa storia, tale terapia deve in qualche modo funzionare. Sicuramente molto più del tocco clinico e distaccato (chissà perché queste parole sembrano dover viaggiare sempre accoppiate) dei medici da lei descritti, tanto lontani da quella “medicina delle quattro P” sulla quale abbiamo lavorato, e che forse si parano dietro alla loro scienza per nascondersi da quel dolore, quasi si trattasse di un male contagioso, quasi temessero di sporcarsi con le lacrime di chi perde anche la speranza. È lampante quanto questo li allontani dalla loro funzione di “portatori di salute” limitandosi a intervenire sulla parte biologica della malattia, il Disease, senza tener conto della Ilness, la componente personale, e la Sickness, quella sociale, che affliggono oltre che la paziente anche i suoi cari, ed esigono comunque di essere curate. Forse un cinico amatore delle scienze “dure” non potrebbe mai accettare il valore terapeutico della parola, del calore umano, di quell’insieme di atteggiamenti che potrebbero spogliare il medico di quella veste da guida paternalistica che egli ha nella sua professione, e portarlo a una “mutual partecipation” a vantaggio suo e del paziente. In questo senso dovrebbero esserci più “Medical Humanities” nella formazione medica, in quanto il campo più difficile da sondare non è quello virale o patologico ma proprio quello personale. L’immensa difficoltà del come trattare le fragilità dell’animo umano mi sfugge, specie in un ambito come quello in cui esso deve convivere con la malattia e il dolore; e non so se esista una cattedra che possa insegnarmelo, ma quest’aspetto così squisitamente umano, così dolcemente empatico è essenziale, e dato che sono umana, tutto ciò che è umano mi riguarda. In futuro vorrei essere professionalmente il più lontana possibile da quelle mani fredde che maneggiavano Paula come un pezzo di carne e vorrei provare a dare quel conforto e quel sostegno che Isabella Allende non ha avuto dall’ambiente medico in cui si è trovata. E se le Medical Humanities possono farmi progredire in questo senso, ebbene, sono più che degne di ricevere ulteriore importanza e approfondimento.



 
ultimo aggiornamento: 07-Ott-2015
Unifi Home Page

Inizio pagina