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SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana

Riflessione tratta da "Paula" di Isabella Allende

  • Elena Cavallini (studente)

La storia di Paula è a dir poco tragica: una donna nel fiore degli anni che viene straziata ed uccisa dalla porfiria; ma ancor più tragica, a mio avviso, risulta la storia della madre Isabella. Tra i vari brani proposti in “Specchi di carta” quello che mi ha più colpita riguarda un gruppo di giovani e volenterosi studenti che insieme al professore si recano a “visitare” Paula; visitare con le virgolette perché il loro incontro secondo me non ha niente di ciò che dovrebbe avere una visita tra medico e paziente o, in questo caso, una visita tra medico, paziente e familiari. Il brano inizia in un contesto assolutamente normale per un ospedale universitario, ci troviamo infatti davanti ad una scena che a Careggi è quotidiana: un gruppo di specializzandi visitano con l’eminente professore una degente; ma nel modo in cui il professore tratta la paziente c’è qualcosa che io definirei disumano. La povera inferma viene infatti manipolata come un “sacco di carne” in un modo che non è degno neanche di un cadavere, e come se non bastasse nel contempo il professore sottolinea senza un minimo di sensibilità come per lei ormai non ci sia alcuna possibilità di ripresa. Tutto ciò risulta essere altamente irrispettoso non solo nei confronti della paziente, non essendoci infatti la sicurezza se ella possa o meno sentire e capire ciò che le accade attorno, ma soprattutto è irrispettoso nei confronti della madre di Paula che assiste sconcertata a tutta la scena. Il medico sta esponendo la verità ai suoi studenti, Paula morirà, ma pecca nel modo. Questo medico dimostra di sapere e di saper fare, ma sicuramente dimostra anche di non saper esserci, qualità che nell’antichità era ritenuta basilare e che, come dimostra questa testimonianza, oggi sta tragicamente andando perduta. Se essere medico significasse solo avere padronanza delle nozioni, il percorso formativo e professionale non sarebbe così arduo. Essere medici secondo me significa specialmente essere di conforto per il malato e per chi gli è vicino, anzi significa essere tra quelli che gli sono vicini pur mantenendo allo stesso tempo una certa distanza. Infatti il medico deve essere coinvolto ma nella misura in cui riesce a mantenere la sua obbiettività, elemento necessario per poter prendere le migliori decisioni per il paziente; un medico troppo coinvolto, ad esempio, rischierebbe, reso cieco dai sentimenti, di accanirsi terapeuticamente quando in realtà è superfluo. Ma dunque, qual è questo giusto mezzo? Il giusto mezzo è quello che pone un metaforico muretto alto fino alla vita fra medico e paziente; infatti un alto muro ci renderebbe come il medico di Paula, quindi distante e insensibile verso i sentimenti del paziente e dei suoi congiunti, mentre, se non ci fosse niente a separarci dal degente, saremmo sommersi da una valanga di emozioni che lederebbero la nostra obbiettività nonché la nostra stessa salute, ed un medico per saper curare deve prima di tutto sapersi prendere cura di sé stesso per poter così dare il massimo per i suoi pazienti. Proprio l’impegno e l’attenzione sono altre due caratteristiche che mancano ai medici che seguono Paula: essi risultano infatti essere completamente disinteressati ai miglioramenti della degente riportati dai familiari. È possibile che, in realtà, tali miglioramenti non esistano e che Isabella ragioni col cuore e non con la mente. Tuttavia un buon medico non ignorerebbe quelle testimonianze ma, una volta accertatosi della loro effettiva scarsa importanza, si prodigherebbe nel chiarirlo (anche più volte se necessario) ai congiunti, e a spiegarlo non come un freddo automa programmato per distruggere le speranze altrui senza pietà, ma come un amico, con empatia, partecipando a quel dolore nell’affermare che ormai non c’è niente da fare se non aspettare l’inevitabile. Un buon medico è praticamente l’opposto di quello che curò la povera Paula, un buon medico ha rispetto del suo paziente e sa che quando prende in cura una persona in realtà prende in cura un’intera famiglia e che per tutti loro dovrà essere come un farmaco, sia curativo che di supporto morale, dovrà essere la persona con cui condividere la gioia e, all’occorrenza, una spalla amica su cui piangere.

 
ultimo aggiornamento: 08-Ott-2015
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