Salta gli elementi di navigazione
banner
logo ridotto
logo-salomone
SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana

Riflessione tratta da "Paula" di Isabella Allende

  • Marina Quinto (studente)

Il medico: ancora prima che una professione, un’importante figura sociale che, nonostante una profonda evoluzione e una grande quantità di trasformazioni a carico della società, continua a mantenere dentro di sé un’aura di sacrale autorità. Possiamo immaginare che una delle ragioni che accompagnano questa caratterizzazione così forte risieda nel fatto che il medico da sempre fu portatore di una conoscenza quasi elitaria che ha come scopo principale l’aiuto, il perseguimento della salute e la salvaguardia di qualcosa di prezioso come la vita. Per analizzare le dinamiche connesse al rapporto tra medico e paziente, mi piacerebbe adottare un punto di vista interno alla relazione ma diverso da quello del medico. Trovo che a questo scopo possa essere particolarmente significativa l’esperienza narrata da Isabel Allende nel libro “Paula”, in cui la scrittrice racconta alla figlia in coma, a causa della porfiria, la sua lunga esperienza in ospedale nel disperato tentativo di starle accanto fino al suo risveglio e di riportarla a casa. Sebbene la Allende non sia il malato vero e proprio, ella può essere considerata una paziente di riflesso in quanto in certi punti e da un certo momento possiamo trovare nelle sue parole la testimonianza di una ospedalizzazione diretta e partecipata. Dal suo racconto emergono in due punti quelli che, a mio avviso, sono tre strumenti fondamentali nell’interazione tra medico e paziente. Il primo di questi è rappresentato dalle mani: le mani come primo e fondamentale strumento diagnostico; mani che sono costrette a posarsi sul paziente, a toccarlo quasi senza curarsi di chi o che cosa stiano toccando. Proprio a questo proposito la nostra autrice scrive: Ho avuto bisogno di tutto il mio sangue freddo acquisito tanto duramente nel collegio libanese per mantenere una espressione indifferente mentre ti manipolavano senza alcun rispetto come se tu fossi già un cadavere.” “Manipolavano” in particolare, è un verbo che richiama una idea di manualità quasi meccanica che non ha niente a che fare col tocco lieve della mano empatica ma segna il confine asettico e impersonale tra il caso clinico e il suo diagnosta. Altro strumento fondamentale ai fini di qualsiasi relazione che vorrei analizzare in questo particolare tipo di rapporto è quello del linguaggio. Il problema del linguaggio può essere suddiviso ancora in due sottocategorie: da una parte la conversazione vera e propria, il riferire al pazienti situazione e verità che non sono facili da raccontare. Questo tipo di comunicazione si avvale spesso di un linguaggio e di termini che, lontano dall’uso comune, tendono a lasciare il paziente da solo e in disparte, non più intermediario ma ascoltatore, spettatore di una conversazione che a tratti sembra non riguardarlo neanche. Anche a questo proposito la Allende scrive: “parlavano del tuo caso come se non potessi sentirli, hanno detto che la ripresa avviene di norma nei primi sei mesi e tu sei già al quarto, non può cambiare molto; è probabile che rimanga così per anni e non si può destinare un letto di ospedale ad un malato incurabile.” L’altro aspetto interno al problema del linguaggio sono le parole, i tecnicismi, i termini strettamente medici incomprensibili per chi, annebbiato da preoccupazione e angoscia, si sente investito da informazioni non in grado di comprendere. “Quest’uomo ha la tua vita nelle sue mani e io non mi fido di lui, passa come una corrente d’aria distratto e frettoloso dandomi noiose spiegazioni sugli enzimi e copie di articoli sulla tua malattia che tento di leggere ma che non capisco.” Dal problema di comunicazione che questo uso del linguaggio pone nella relazione tra medico e paziente prende origine un terzo grande strumento, quello di una traduzione. Traduzione intesa come una spiegazione nel senso etimologico del termine; nell’ottica di un rendere appianato e privo di incomprensioni un quadro nebuloso e oscuro. Anche a questo proposito troviamo una testimonianza nel testo, nel momento in cui il neurologo si impegna a spiegare con dolcezza, senza paroloni e con un lessico familiare quello che succede nel corpo della figlia operando una azione di mediazione, una traduzione, appunto, tra i segnali che emanano le macchine e la fame di sapere di una madre. Chiaramente gli strumenti propri del rapporto medico paziente, soprattutto in questi anni di evoluzione tecnica e scientifica sono tantissimi, ma quelli precedentemente citati sono gli strumenti senza tempo che rappresenteranno sempre i preliminari fondamentali per la più comune tra le relazioni d’aiuto.

 
ultimo aggiornamento: 08-Ott-2015
Unifi Home Page

Inizio pagina