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SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana
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Riflessione su "Infermo, paziente, cliente: riflessione storica ed esempi della letteratura"

  • Verdiana Lamagna

La rappresentazione che il medico si costruisce del soggetto, del proprio lavoro, è cambiata radicalmente nel corso dei secoli. Nelle prime forme di medicina patriarcale romana i modesti mezzi terapeutici erano esercitati sui membri della famiglia da parte del “pater familias”, spesso senza che questi possedesse le conoscenze della medicina ippocratica. Nel corso del Medioevo il “sistemo sanitario” è soggetto ad una svolta: se nella prima parte (Alto Medioevo), infatti, “l’infirmus” è oggetto di interesse dei monaci, nel Basso Medioevo, con l’istituzione delle università, nasce la figura del medico: doctus atque peritus. “L’Infirmus” comprendeva tutte le categorie dei bisognosi: il “pauper”, l’indigente, il malato, il folle, il pellegrino. Le infermerie dei conventi erano gremite di soggetti con ogni tipo di bisogno e, molti di questi luoghi che accoglievano gli infermi, erano posti all’esterno delle mura cittadine e sulle vie dei pellegrinaggi. Questi erano i principali luoghi di espressione della “carità cristiana”. Con l’istituzione delle università, le infermerie si svuotano e nascono gli “Spedali”, nei quali non accedono più i poveri e i pellegrini; “l’infirmus” diventa “patiens” e, il medico è tale perché riceve un onorario. Da questo momento in poi si assiste ad un progressivo allontanamento del medico dal paziente. Se, infatti, inizialmente, era fondamentale l’anamnesi, l’osservazione e la palpazione del paziente, già a partire dall’introduzione dell’uroscopia, il vissuto del paziente perde il proprio valore, basta che sua moglie porti l’ampolla al medico perché la esamini. Con le invenzioni del pulsilogio di Santorio e dello stetoscopio, le mani e l’orecchio del medico si allontanano sempre più dal paziente. Attraverso i secoli la medicina procede nel suo percorso di “molecolarizzazione” e nascono le varie specializzazioni: il medico inizia ad occuparsi esclusivamente della parte del corpo del paziente che gli compete. Isabelle Allende nel suo libro “Paula” e Tiziano Terzani in “Un altro giro di giostra”, denunciano e stigmatizzano una situazione in cui i medici non hanno il tempo di osservare, toccare, auscultare il paziente. Per loro non esiste nemmeno la malattia, ma solo i “pezzi che compaiono sullo schermo” dei mezzi di iconodiagnostica. Ai fini di un responso medico non occorre più la presenza del paziente ma solo il consulto tra specialisti. Terzani scrive “Non esistono più medici che considerano la medicina un’arte”, non esiste più la figura del medico di famiglia, una persona di cui ci si possa fidare, che, con i suoi modi pacati, infonda sicurezza e tranquillità. Fino a pochi anni fa il paziente era visto come “CLIENTE” e il medico come un normale professionista. Tuttavia, non è possibile considerare come scienza esatta e asettica qualsiasi disciplina che abbia a che fare con l’uomo. L’EBM (Evidence Based Medicine) propone la medicina come scienza che riduce le singole particolarità del paziente ad un modello. Questa intende la conoscenza come prestabilita ed evidenziabile solo nei dati ricavati dagli esami clinici, senza interazioni con la situazione emotiva ed esistenziale del paziente. Negli ultimi anni, fortunatamente, l’approccio è stato riconsiderato e oggi il medico tende ad integrare le conoscenze scientifiche con una riflessione etica e l’ascolto del paziente. La scarsa fiducia da parte dei pazienti nei confronti del medico occidentale ha spinto gli stessi alla ricerca autonoma di informazioni scientifiche sulla propria malattia o, presunta tale, oppure all’affidamento a medicine alternative. Queste ultime risultano più “umane” e, come sostiene Terzani e molte persone che conosco, permettono al paziente “un approccio personalizzato, che gli dà l’impressione di considerarlo nel suo insieme”. Nel corso dei secoli è evidente come siano subentrati approcci alternativi ogni qual volta la medicina si avvicinava al raziocinio più completo: basti pensare “all’incubatio” o al vitalismo seicentesco, che rispettivamente si oppongono alla medicina ippocratica e alla iatromeccanica di Borelli. In conclusione, è quanto mai necessario, se si intende recuperare la fiducia del paziente e scardinare la figura del “cliente”, rivalutare le “Medical Humanities”, il pensiero narrativo e la capacità di restare aperti al vissuto del singolo paziente, comprendendo la differenza fra terapia e cura proposta da Cosmacini. A mio parere, è indispensabile non considerare il vissuto del paziente come superfluo ai fini della guarigione, tanto più che “la fiducia nella cura e in chi la somministra è un fattore importantissimo nel processo di guarigione” (Tiziano Terzani).

 
ultimo aggiornamento: 08-Ott-2015
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