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SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana

Riflessione tratta da “Un medico di campagna”, di Franz Kafka

  • Lorenzo Miniati (studente)

Nel vecchio medico, bagnato di neve, che taglia la strada di un paesino sperduto in mezzo alle tenebre, non c'è più posto per il pensiero che ad una domanda da lui posta, possano seguire risposte diverse da quelle che egli ha già sentito migliaia di volte. E di fatto non ne fa. I familiari del paziente lo aspettano come aspetterebbero un essere etereo, con la stessa reverenza, la stessa soggezione con cui si guarda un patriarca giunto a mettere il sigillo definitivo sull'inerme paziente. Vivrà, morirà. Lo accompagnano nel calore secco della casa, lo trattano da amico, ma al contempo lo temono, cercano di “comprare” il risultato della sua diagnosi col proprio spavento e con la cortesia. E poi c'è lui, un ragazzo magro e virulento, non lontano dalla facies hippocratica che ancora sovviene alla mente di chi osserva un moribondo. Ma per quel vecchio medico, contuso e desensibilizzato dalla quotidianità del proprio mestiere (“che sì come d'un callo....ciascun sentimento cessato avesse del mio viso stallo”, Inferno XXXIII), d'innanzi a lui non c'è un intero (per quanto breve possa essere) percorso di vita, una ψυχή, una Illness, un equilibrio delicato fra il quotidiano di una persona ed il suo stato di destabilizzazione patologica, ma un ennesimo pezzo di carne, marmorizzato dal dolore, uno sconosciuto di cui si può vedere solo lo stato alterato, il Disease. Quelli che potevano essere stati i desideri di quel consumato dottore, le aspirazioni ed il senso emotivo che lo hanno portato a diventare uno ἰατρός, una persona che ha a cuore la salute delle persone nella sua interezza, il cui ἀγάπη (non necessariamente da intendersi in termini cristiani) dovrebbe bastare a sostenere il peso dei molti dolori e delle grandi responsabilità cui si trova ad essere sottoposto, qualcuno che fra le sue mani, regge la fiducia, le paure e la speranza di chi gli si rivolge, sono proprio come quella casa, quel paese: dispersi nell'oscurità, difficilmente ritrovabili. Le parole intime e disperate del ragazzo scivolano sulla dura scorza della sua esperienza andando ad arricchire la catasta di altri volti, di altre richieste senza troppo far rumore. Per lui, in qualche modo, è meglio non pensare di avere di fronte a sé una vita: che quella persona gli stia mentendo, che per lui il medico rappresenti solo un espediente per la propria cialtroneria, oppure no, che lui stia realmente male, che stia per morire divorato dalle scarse possibilità che la sua terra gli offre (come si scopre andando avanti nella lettura), per lui sarà sempre meglio pensare ai cavalli che lo riporteranno a casa, a Rosa, chiunque essa sia, al proprio disagio, alla propria ψυχή martoriata, in un oblio terapeutico che non ammette il dolore di un'altra vita a gravargli sopra. Ed è proprio in questa mancanza di empatia, in questo distacco (che tuttavia non riesce ad essere totale) che si evidenzia come entrambi, necessitino in realtà di un punto di collegamento che gli consenta di ricongiungersi al perduto πνεῦμα (le motivazioni di uno, la terapia dell'altro), tutti e due necessitano di comprendersi, di ascoltarsi, di fidarsi, di sé stessi e dell'altro. È così che il testo sottolinea come il qui perduto ascolto, sia e debba essere il fondamentale significato cui far corrispondere la parola medicina.

 
ultimo aggiornamento: 08-Ott-2015
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