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SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana

Riflessione tratta da “Un medico di campagna”, di Franz Kafka

  • Marco Romanelli

Nel testo 'Un medico di campagna' di Franz Kafka le varie visite di un medico ai suoi pazienti permettono al lettore di vivere il puro contatto tra queste due realtà (medico e paziente), senza però disdegnare una visione d'insieme di quello che era il mondo rurale della Russia nei primi del '900. All'interno di contesti che oggi definiremmo da Terzo Mondo si consuma l'incontro tra questo medico, il quale si autodefinisce 'impiegato di distretto', e il malato, il quale non è quasi mai solo ma attorniato dai membri di un vasto nucleo familiare. Tali persone attendono con ansia l'arrivo di questo “salvatore” : egli è la speranza, e il 'confidare nelle sue conoscenze e abilità' diventa un vero e proprio atto di fede. Tutti vicini, in piedi, fermi, aspettano il responso da quella figura che pare, dalle loro prospettive, un 'deus ex machina'. Il medico però svolge il suo compito con zelo, senza lasciarsi più di tanto influenzare dall'atmosfera quasi affettuosa nei suoi confronti e al tempo stesso apprensiva. Egli bada al suo compito, analizza il malato, comunica con lui ed estrae gli attrezzi del mestiere. Cerca di fare il possibile, si impegna con tutto se stesso senza lasciarsi sopraffare dalle emozioni. Il protagonista incarna quindi la diligenza ma non è possibile etichettarlo come 'medicus amicus', quella figura che è sia medico che confidente. Allo stesso modo non è possibile nemmeno definirlo un medico attaccato alla fama, al successo, ai soldi. 'Impiegato', come si era detto in precedenza, appare la connotazione più giusta, ma non deve assumere alcuna accezione negativa. Il contesto storico e culturale che Kafka fa pervenire al lettore suggerisce che il comportamento del medico sia quello più corretto, o perlomeno conveniente: un perfetto connubio tra professionalità e generosità. In termini di fisica termodinamica potremmo dire che il 'rendimento' del medico è molto alto, ma è necessario tener conto di una cosa: sebbene l'approccio del protagonista sia funzionale al suo dovere, la sua umanità è sempre conservata, forse un po' repressa e non visibile nei momenti di 'pàtos', ma non per questo eliminata. Il medico non è privo di emozioni, è appunto un grande esempio di umanità. Accade quindi che il paziente stesso, svincolato dal complesso di persone che costituiscono il suo nucleo familiare, percepisca i sentimenti del medico e comprenda la sua condizione, il perché del suo comportamento. In questo romanzo la figura del paziente sembra quasi più consapevole di tutte le altre persone in apprensione: attende il responsum avendo fiducia nelle abilità del medico, e non in credenze mistico-religiose (per assurdo). Egli, nell'infermità, apprezza il lavoro dell'impiegato di distretto, e questa è la migliore prova per constatare l'operato positivo di quest'ultimo. Anche nel peggiore dei contesti, a livello igienico o sociale, è possibile parlare di un 'ètos' fatto di 'filoponìa' da parte del medico, e di un'assistenza al malato ricca di 'pietas'.

 
ultimo aggiornamento: 08-Ott-2015
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