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SC-SALUTEUMANA Scuola di Scienze della Salute Umana

Riflessione tratta da "L’ultima estate", di Cesarina Vighy

  • Margherita Bragato

“Questi dottori ne sanno una più del diavolo su come indurre i condannati a infilare la testa nel cappio di propria volontà” dice Cesarina Vighy ne L’ultima estate lasciando intendere una certa sfiducia nei confronti del suo medico curante. Questa espressione lascia spazio a una riflessione fondamentale: quanto c’è di scientifico nel lavoro del medico e quanto c’è di umano? La risposta può essere oggetto di controversie infinite, ma sono comunque convinta che chiunque converrebbe che la fiducia nel rapporto medico paziente sia ineludibile e che proprio per questo tra i due debba necessariamente instaurarsi un buon rapporto. Probabilmente è uno dei compiti fondamentali e forse anche il più difficile che un medico possa portare a compimento: un medico ha il dovere di essere gentile e disponibile con tutti, fornire spiegazioni dettagliate ai suoi pazienti circa le terapie e cercare di assecondarli il più possibile. Al liceo mi hanno insegnato a praticare l’humanitas, ed è stato un concetto che pensavo di non aver capito fino in fondo e che pensavo di non riconoscere come parte integrante del mio percorso di vita e di studi. Poi mi sono bastate due settimane di università per capire che anche se avevo scelto di studiare la scienza, tutta la bellezza che avevo imparato nei cinque anni precedenti a questo mi sarebbe stata utile, quasi più di quello che mi sto apprestando a studiare. Perché è soprattutto grazie a Seneca ed Epicuro se sono riuscita a capire che anche la morte fa parte della vita, ed è grazie a Jonas e al suo imperativo ecologico che sono convinta del fatto che sia importante per noi giovani aspiranti medici salvaguardare la nostra esistenza e quella delle generazioni future, promuovendo la ricerca e limitando gli sprechi. Quindi, tornando al rapporto di medico-paziente, trovo riduttiva la definizione di medico come uomo di scienza. Un medico è un uomo, prima di tutto, e in quanto essere umano deve avere la capacità di porsi in relazione con gli altri. La sua relazione con gli altri deve essere professionale ma allo stesso tempo mantenere un certo distacco, per preservare se stesso e i pazienti. Non c’è nulla di scientifico in quello che sto per dire e neanche di sperimentalmente provato, ma credo che alla cura del corpo debba corrispondere una certa cura della mente. Se penso a quello che sostiene Renzo Piano sulla cura delle periferie che potrebbe portare al recupero culturale dei suoi abitanti, mi sembra logico pensare a una cura degli ambienti ospedalieri o a strutture sanitarie particolarmente accoglienti che possono aiutare il paziente a stare meglio in una situazione certamente poco piacevole. Da questa considerazione appare chiaro che il medico è uno scienziato-umanista, che oltre a fornire diagnosi e prescrivere terapie ai suoi pazienti, dovrà instaurare con questi un rapporto di fiducia e di stima, curando oltre alle patologie anche altri aspetti della malattia, quali l’ambiente di cura e il benessere psichico del paziente. Infatti, come diceva Gianni Bonadonna nel suo “Medici umani, pazienti guerrieri”, “non volevo essere una cavia. Cercavo un rapporto più umano” e la bellezza del lavoro del medico sta proprio nella sua capacità di far star meglio gli altri, non solo attraverso la chimica e la farmacologia, ma anche e soprattutto grazie alla sua capacità di relazionarsi con i loro bisogni e le loro necessità.

 
ultimo aggiornamento: 08-Ott-2015
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